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Lavoro

ELECTROLUX/ I numeri che spingono le multinazionali via dall'Italia

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Al di là di chi ha ragione e chi ha torto, è chiaro che il problema di fondo è di natura strutturale. Vero è che nel settore manifatturiero italiano, secondo la Cgia di Mestre, il costo orario del lavoro è pari a 34,18 dollari, contro i 45,79 della Germania e i 39,81 della Francia. Tra i big dell’Unione europea solo la Gran Bretagna presenta un costo orario inferiore al nostro: 31,23 dollari. Certo, rispetto ai paesi dell’ex blocco sovietico, il differenziale è molto elevato, ma nei confronti dei paesi nostri omologhi il costo del lavoro italiano non è eccessivamente elevato. Ma allora dove stanno i problemi da questo punto di vista?

Rispetto agli indici di produttività ed efficienza, il World Economic Forum ci dice che siamo in 137ma posizione. È cosa nota, a riguardo, che abbiamo i tassi di assenteismo più alti d’Europa. Considerando inoltre gli indicatori della competitività, sempre secondo il World Economic Forum di Ginevra (2014), siamo al 49° posto. Al primo posto della classifica si trova la Svizzera seguita da Singapore. Appena dietro la Finlandia e la Germania. A seguire ci sono gli Stati Uniti, davanti alla Svezia e a Hong Kong.

Se poi consideriamo i costi dell’energia elettrica, le medie e grandi imprese italiane pagano l’energia il 28,7% in più della media dei paesi dell’area dell’euro. Se in Italia il costo per ogni 1.000 Kwh è di 113,6 euro, in Francia è quasi la metà: 66 euro. Rispetto ai costi dell’energia, l’accordo che la Bridgestone ha siglato ai primi di ottobre con il ministero dello Sviluppo Economico facilitava l’azienda nella riduzione e nel contenimento della spesa energetica: ciò ha costituito un precedente importante, ma non ha portato al centro dell’agenda politica il noto bisogno di un vero piano energetico. Come, del resto, al centro dell’agenda politica continuano a essere esclusi sviluppo economico e politica industriale.

 

In collaborazione con www.think-in.it

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