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ELECTROLUX/ I numeri che spingono le multinazionali via dall'Italia

Nella vicenda Electrolux, spiega GIUSEPPE SABELLA, il problema di fondo è di natura strutturale e riguarda la possibilità di fare realmente impresa nel nostro Paese

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Fiat, Bridgestone e ora Electrolux sono casi che nella sostanza fanno esplodere in Italia quelle contraddizioni che non sono nella dialettica capitale-lavoro, e sbaglia chi ancora una volta cade nell’errore di attaccare l’impresa quando ciò che in questo Paese non è più sostenibile sono invece le condizioni di base per fare impresa: chiaro che aziende strutturate a questo punto preferiscano delocalizzare, oppure propongano a loro volta condizioni di lavoro ai sindacati che, i medesimi, faticano ad accettare.

Da qui mobilitazioni di lavoratori contro l’impresa, ma poche voci fuori dal coro si accorgono e affermano che in realtà bisognerebbe una volta per tutte mettere a tema sviluppo economico e politiche economico-industriali necessarie non solo per non far scappare all’estero le imprese, ma anche e soprattutto per attrarre nuovi investitori. A oggi, infatti, le multinazionali si guardano bene dall’investire in Italia. Non parliamo poi della necessità di rilanciare la domanda, perché si continua a parlare di investimenti dando per scontato che a un aumento della produzione corrisponda automaticamente una crescita della domanda. Solo pochi illuminati ricordano di questi tempi che la grande crisi del ‘29 è stata una crisi di sovrapproduzione, che non ha nulla a che vedere con la recente crisi economico-finanziaria.

Ma, entrando nel merito del caso Electrolux, due giorni fa i lavoratori degli stabilimenti italiani hanno scioperato davanti ai cancelli dell’azienda contro l’annunciato piano industriale che prevede una riduzione del loro stipendio. “Siamo come la Fiat di qualche anno fa, per lavorare bisogna rinunciare ai diritti conquistati in anni di lotta”. Questo ciò che dicono i lavoratori in presidio.

Cosa è successo è cosa nota: l’azienda dice di avere proposto una riduzione di 3 euro all’ora. In termini di salario netto questo equivale a circa l’8% di riduzione, ovvero a meno 130 euro mese. I sindacati rispondono in modo compatto che Electrolux ha proposto un dimezzamento dei salari (non l’8%, ma il 50%) oggi in media di 1.400 euro (quindi parliamo di 700 euro al mese), la riduzione dell’80% dei 2.700 euro di premio aziendale, il blocco dei pagamenti delle festività, taglio del 50% di pause e permessi sindacali, stop agli scatti di anzianità.

La famiglia Wallemberg, svedese, che guida Electrolux, dice che per essere competitivi sui mercati globali bisogna portare la Polonia in Italia (dove il costo del lavoro è attorno ai 6 euro l’ora contro i nostri 24). Per riuscirvi ha proposto, anche, il congelamento per un triennio degli incrementi del Contratto collettivo nazionale di lavoro e degli scatti di anzianità.