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IL CASO/ Contratto unico e articolo 18, una “trappola” per il lavoro

Anziché occuparsi delle regole formali del lavoro, spiega FIORENZO COLOMBO, occorrerebbe contribuire a creare condizioni normative e contrattuali che aiutino l’occupazione

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Credo che tutti coloro che appartengono alla classe dirigente del Paese, intesa in senso allargato e comprendendo in tale dizione (e responsabilità) sia chi è direttamente chiamato, sia che si trovi in ruoli e posizioni “de facto” nell’indicare percorsi e traiettorie per una parte di cittadini, non possa fare a meno di confrontarsi con quanto ogni anno il Censis indica, nel suo articolato e complesso Rapporto annuale. Infatti, il documento si configura sempre più come una fotografia sullo “Stato dell’Unione”, sempre meno evocativa dei fattori di forza del passato (piccolo è bello, ecc.), sempre più descrittiva delle aree di incertezza e di fatica delle diverse fasce di popolazione.

Anche questa edizione del Rapporto, troppo spesso dimenticato nella ripresa del nuovo anno, segnala tra le fatiche maggiori la questione del lavoro, sia come fattore in profonda trasformazione, sia come minore disponibilità complessivamente intesa. E a occhi attenti, quali quelli di molti lettori di questo giornale (anche attraverso i commenti “disincantati” ai vari articoli), non sfugge che essa è la quaestio principale da cui tutto discende: reddito, cittadinanza civile, titolarità di welfare nelle diverse forme e altro ancora.

Ma le classi dirigenti non possono cavarsela solo “denunciando, segnalando, richiedendo o rivendicando da terzi, gestendo una rendita di posizione, in altre parole rinviando responsabilità proprie”: le classi dirigenti devono indicare percorsi possibili (anche attraverso il proprio esempio personale e collettivo), far emergere idee e progetti perseguibili, determinare con il “potere” atti e azioni di sostegno allo sviluppo del Paese, anche attraverso meccanismi impositivi, capaci di abbattere barriere burocratiche che determinano immobilismo e deresponsabilizzazione (altro che sussidiarietà….).

Consiglio a tutti la lettura del Rapporto (di cui non mi sento autorizzato a farne un sunto), non fosse altro che per attingere qualche ispirazione per il proprio campo d’azione, compresi i corpi intermedi, a cui lo stesso Presidente del Censis, prof. De Rita, ha dedicato un appassionato intervento di difesa sul quotidiano che va per la maggiore e a cui è stata recentemente venduta la prestigiosa sede milanese.

E in particolare i diversi sindacati sono chiamati anch’essi a un salto di qualità nella rappresentanza sociale, di fronte all’inesorabile ridimensionamento organizzativo e politico in atto: è in corso una pesante riduzione dei tassi di sindacalizzazione, anche per fatti oggettivi quali il restringimento della base occupazionale, la crescita dell’inoccupazione, il blocco contrattuale nella Pubblica amministrazione (oltre alla riduzione degli addetti), accanto alla minore disponibilità dello Stato a finanziare i servizi di assistenza quali, ad esempio, i Patronati sociali e previdenziali e i Centri di assistenza fiscale. Tutti fattori che non aiutano i sindacati, anzi ne minano l’incidenza della propria iniziativa.