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CUNEO FISCALE/ Un taglio trasformato in bluff, lo dicono i numeri

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Già dopo questo punto, suscettibile di interpretazioni estensive senza alcun limite, il fondo potrebbe risultare completamente prosciugato. Se malauguratamente dovesse rimanere qualche risorsa a disposizione, non sarebbe così complicato giustificarne il completo assorbimento in quanto necessario per “esigenze prioritarie di equità sociale o per impegni inderogabili”. In ogni caso si sta quindi parlando di uno strumento che non riuscirà realisticamente a garantire le risorse necessarie per abbattere il cuneo fiscale in misura tale da provocare effetti reali in termini economici.

Dal lato delle imprese, le stime più ottimistiche parlano di una riduzione del costo del lavoro di 2 miliardi circa, pari allo 0,4% circa del monte salari a livello Italia. L’Impatto sul Clup (Costo del lavoro per unità di prodotto) è sostanzialmente irrilevante, se pensiamo che l’Italia ha accumulato un differenziale di andamento del Clup del 25% con la Germania in 15 anni: questa misura in sintesi non coprirebbe neanche il 2% del differenziale accumulato, per cui non c’è da aspettarsi sostanziali impatti macroeconomici.

Dal lato dei lavoratori la detassazione conseguente riguarderebbe le fasce di reddito più basse e si stima nell’ordine dei 150-200 euro all’anno, equivalenti a 10-15 euro al mese. In sostanza questo taglio non riuscirebbe nemmeno a compensare gli aumenti degli ultimi anni relativi alle addizionali regionali e comunali Irpef e i recenti aumenti dell’aliquota Iva dal 20% al 22%.

Alla luce di tutto questo c’è da chiedersi se un’azione programmatica di consistente riduzione del cuneo fiscale non debba avere un orizzonte temporale più lontano per quanto riguarda gli effetti e una maggiore certezza delle risorse disponibili per attuarla. Perché, ad esempio, non riconsiderare dal lato delle aziende tutte le risorse pubbliche periodicamente sperperate in sussidi a pioggia dai dubbi effetti economici e le dubbie operazioni, al limite della legislazione europea, per mantenere in vita aziende decotte, inefficienti e già fallite? Oppure perché non individuare specifiche e precise voci di risparmio nel bilancio pubblico, nell’ambito della spending review, da destinare in maniera sicura ed esclusiva all’abbattimento del cuneo fiscale? Perché non riflettere su un progressivo arretramento del ruolo dello Stato come operatore inefficiente in alcuni settori economici, con possibilità di re-impiego delle risorse risparmiate destinandole anche ad alleviare il carico fiscale sui lavoratori? Perché non riflettere sulle voragini di sprechi e inefficienze prodotte dalle municipalizzate, controllate dai comuni, utilizzate come “poltronifici” da parte degli amministratori locali e spesso inadeguate e inefficienti nella fornitura dei servizi?

Certo non bisogna pensare che la riduzione del cuneo fiscale sia la soluzione a tutti i problemi. Ciò che è certo è che se si vuole sperare in un impatto economico percepibile riforme di questo tipo devono avere entità e presupposti del tutto differenti. Altrimenti si sta solo bluffando, per l’ennesima volta.

Se il rilancio economico del Paese passa anche da una consistente riduzione del cuneo fiscale, questa deve necessariamente essere inserita in un quadro di riforme strutturali che contribuiscano ad aumentare l’efficienza del nostro sistema produttivo: semplificazioni legislative, maggiore efficienza della Pubblica amministrazione, incentivi agli investimenti in ricerca e sviluppo e all’innovazione dei processi produttivi, dal momento che la produttività del lavoro è il fulcro reale attorno a cui ruota la perdita di competitività dell’Italia.