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CUNEO FISCALE/ Un taglio trasformato in bluff, lo dicono i numeri

Si è parlato molto di tagliare il cuneo fiscale. Gli interventi finora presi, spiega SIMONE MORETTI, sono però insufficienti a raggiungere l'obiettivo, a meno di non affrontarlo seriamente

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“La riduzione del cuneo fiscale è una misura necessaria e improrogabile!”. Messaggio chiaro, deciso e perentorio. Talmente condiviso dall’intero panorama politico, almeno a parole, che così esposto difficilmente è attribuibile a questa piuttosto che all’altra parte politica. Certo, entrando nel dettaglio poi il concetto assume sfumature e connotazioni differenti, ma il riconoscimento della necessità di intervenire sul tema avrebbe reso auspicabile il raggiungimento di un risultato ben più incisivo rispetto a quanto contenuto in materia all’interno della legge di stabilità recentemente approvata.

Per come è stato definito, l’intervento sul cuneo fiscale appare insufficiente e non certo, oltre che non inserito all’interno di un percorso riformatore che prenda in considerazione serie riflessioni sulla politica industriale di questo Paese, sul suo tessuto produttivo e su questioni e criticità ormai croniche relative allo sviluppo tecnologico e alla produttività del lavoro. Cerchiamo di capirne sinteticamente il perché.

Inquadriamo innanzitutto i termini della questione: grazie a un recente studio Istat “Il carico fiscale e contributivo sul lavoro e sulle famiglie” sappiamo che la differenza tra il costo sostenuto dal datore di lavoro e la retribuzione netta del lavoratore, il cosiddetto cuneo fiscale e contributivo, è pari, in media, al 46,2%: i contributi sociali dei datori di lavoro ammontano al 25,6% e il restante 20,6% è a carico dei lavoratori sottoforma di imposte e contributi. Ciò significa che mediamente il lavoratore dipendente percepisce una retribuzione netta pari a poco più della metà del suo costo complessivo per l’azienda.

Per fronteggiare la situazione, il Governo ha previsto l’istituzione di un fondo per la riduzione del cuneo fiscale, da costituire grazie alle risorse derivanti dai risparmi di spesa pubblica e dalla lotta all’evasione fiscale, al netto “delle risorse da destinare a programmi finalizzati al conseguimento di esigenze prioritarie di equità sociale e di impegni inderogabili, nel rispetto degli obiettivi di finanza pubblica”. In particolare, sono previste misure per lavoratori attraverso le detrazioni Irpef e per le imprese attraverso deduzioni Irap.

Ora, è facile immaginare il percorso di questo fondo come una sorta di acquedotto dalle tubature fallate, che parte dalla sorgente potenzialmente “a pieno carico”, per arrivare a destinazione con poche e inutili gocce d’acqua da mettere a disposizione dello sfortunato utente bisognoso. Il fondo dovrebbe infatti essere alimentato da due rubinetti alquanto incerti, quali i risparmi sulla spesa pubblica (provenienti da una spending review i cui contorni sono ancora molto confusi) e il contrasto all’evasione fiscale (che rappresenta sostanzialmente la solita incognita). Tuttavia, le risorse utilizzabili per la riduzione del cuneo sarebbero esclusivamente quelle eccedenti a quanto sarebbe necessario drenare per il rispetto degli obiettivi di finanza pubblica.