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Lavoro

SPILLO/ "Trovati un lavoro da sola", così fallisce la Garanzia giovani

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Dal Lazio alla Lombardia possiamo leggere di esperienze di confronto fra giovani che cercano lavoro e vengono rimbalzati in colloqui degni di Ionesco da chi sta dietro lo sportello dei Cpi. Vero che i Cpi sono pensati per essere i moderni uffici di collocamento, cioè gestori burocratici di liste e non organizzatori di incontro fra domanda e offerta di lavoro. Ma quando la laureata laziale si sente rispondere che lei è già molto brava per cui si cerchi il lavoro da sola siamo davanti a ragioni che, anche con l’articolo 18, possono sostenere un licenziamento per giusta causa, se non dello sportellista del dirigente preposto al servizio.

Stessa avventura viene descritta da una disoccupata lombarda. Ora la Lombardia ha il sistema dote unica che ha realizzato l’inserimento lavorativo di quasi 2000 giovani. Ma per “Garanzia giovani” ha inventato un nuovo sistema riuscendo così a passare dall’avere già un sistema di servizi universali al vecchio sistema per progetti utile solo a incoraggiare favori e la scelta di consulenti amici.

Questo perché nazionalmente sono state date indicazioni comuni, ma il primo progetto europeo che voleva dare a tutti i giovani in Europa le stesse opportunità è diventato nel nostro Paese 21 progetti diversi, in nome di una sussidiarietà verticale delle Regioni che ha cancellato la solidarietà che doveva stare ala base dei servizi necessari a rendere fruibili per tutti i giovani le stesse opportunità. Così in Sicilia non è ancora partito il sistema informativo, in Calabria nemmeno, in Piemonte si vogliono decidere le imprese abilitate ad accogliere i giovani, ecc.

Anche nelle Regioni dove è già partita la fase di ricontattare i giovani che hanno caricato i dati nel sistema si registra un 40% di incapacità nel ricontattare gli utenti. Potrà anche essere sbagliata la teoria che tutti i giovani hanno bisogno di servizi per trovare lavoro, ma il risultato che emerge è che non siamo capaci di mettere in piedi servizi capaci di organizzarsi in funzione dei bisogni e dei risultati da raggiungere. Lo Stato si presenta incapace di “prendere in carico” e di trovare la soluzione. Non solo, ma con l’arroganza del centralismo (anche quello regionale non è sussidiario, né solidale) tratta il cittadino come un problema e non come il portatore di diritti.

E i privati? Magari sarebbero riusciti a fare qualcosa. Quando coinvolti realmente hanno dimostrato di saper fare anche un servizio pubblico, ma sono stati per ora tenuti da parte, in attesa che il pubblico decida quali servizi affidargli e come farli cooperare. Per realizzare il Jobs act ci sarà bisogno di servizi diversi. Ma soprattutto la capacità di operare con una diversa idea di servizi, di fare rete fra pubblico e privato e restituendo all’utente la libertà di scegliere come e dove esercitare i propri diritti.

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