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SPILLO/ Così Landini e Renzi "rottamano" la Camusso

Susanna Camusso (Infophoto) Susanna Camusso (Infophoto)

Non a caso dopo la manifestazione al sabato (una intuizione cislina tanto criticata dal sindacato della Camusso fino a pochi mesi fa…) arriva la promessa dello sciopero generale. Si tratta in apparenza di un tipico schema sindacale: alzare il livello dello scontro prima di proporre una soluzione al problema. Ma la sfilata, imponente, seria, rispettabile, ha dato l’impressione di mancare proprio di una via d’uscita, di non sapere bene quale sia la mediazione che dovrebbe seguire a un atto di forza. Se, infatti, il punto di caduta è che “nulla cambi” per quanto attiene al lavoro, è una richiesta perdente in partenza. Perché significa lasciare la materia non nelle mani del Governo (che già sarebbe di per sé preoccupante), ma, peggio, affidarla alle mani, spesso ideologicamente orientate quando non semplicemente contraddittorie, della magistratura. Più che i diritti oggi vanno contrattate le tutele: i diritti fondamentali sono garantiti dalla Costituzione, le tutele da una paziente opera di discussione e di mediazione che deve avvenire tra le parti.

La Camusso questo lo sa, ma ha voluto comunque ingaggiare con Renzi una furibonda “lotta per i diritti”, in ciò rispondendo con un riflesso pavloviano alle provocazioni del Premier e alla veemente, ma ideologica e perdente, reazione della Fiom. La segretaria sembra così aver chiuso di nuovo la Cgil nella morsa formata, da un lato, dalla speranza di un ribaltone negli equilibri di potere interni al Pd, e, dall’altro, da una vana attesa che il Governo possa modificare la propria linea. Ma pavloviano è anche il riflesso condizionato che vede la maggioranza della Cgil alla fine cedere alla minoranza interna a scapito dei rapporti unitari salvo poi ancora dividersi al Congresso successivo su mozioni contrapposte. 

Sullo sfondo, intanto, rimangono inalterati i problemi del mondo del lavoro e dell’economia italiana: un costo dell’energia elevatissimo, una magistratura lenta e sovente incoerente, infrastrutture inadeguate, finanziamenti europei non spesi, un’imprenditoria che vede in Renzi non un riformista ma una sorta di Tea Party all’amatriciana (o meglio “alla Ribollita”) e che pensa di poter approfittare della situazione per rilanciare le imprese non attraverso veri investimenti e innovative capacità manageriali, ma portando in Europa le condizioni di lavoro vigenti in Cina o in Russia (vedi le dichiarazioni del principale finanziatore della corrente renziana).

L’Italia, secondo costume, si sta insomma, ancora una volta, spaccando in due fazioni: ieri guelfi contro ghibellini, Coppi contro Bartali, Prodi contro Berlusconi; oggi Renzi contro Camusso/Landini. E intanto il buon senso, quell’atteggiamento che viene dettato dal sano realismo di cui vive la parte più profonda del nostro popolo e che ci ha consentito di crescere e svilupparci, resta intatto tra le risorse inutilizzate. Eppure quello sarebbe il nostro vero petrolio!

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COMMENTI
27/10/2014 - commento (francesco taddei)

l'italia del cambiamento di renzi e Berlusconi ha rinnovato fino al 2040 la concessione delle autostrade senza gara. questo è il nuovo?