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SPILLO/ Il "binario" che porta il sindacato alla rottamazione

Dopo la manifestazione della Cgil di sabato è lecito riflettere su un certo modo di concepire il sindacato e i diritti dei lavoratori. L’analisi di MASSIMO FERLINI

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Grande manifestazione della Cgil che ha portato a Roma diverse migliaia di persone a dimostrare che molto popolo di sinistra è contrario alla politica sul lavoro e alle riforme proposte dal Governo Renzi. Se ci vogliamo fermare ai commenti politici va rilevato che il sindacato di sinistra ha fatto da contenitore per tutte quelle posizioni che vanno dalla sinistra interna al Pd a tutte le sigle che sopravvivono alla sua sinistra. La Cgil non è stata capace di fare scendere in piazza gli altri sindacati su una proposta unitaria e ha coagulato, diciamo così per semplificazione, le sole posizioni di estrema sinistra.

Per essere il principale sindacato italiano che ha nel suo Dna la vocazione di essere capace di fare unità e maggioranza fra i lavoratori, è stata una prova di incapacità a creare alleanze, di fatto uno splendido e partecipato atto di isolamento. Che ciò avvenga con il secondo segretario generale proveniente dalla componente socialista sottolinea ancora di più una deriva incapace di reagire con piattaforme di proposte aperte al confronto e fa apparire il sindacato di sinistra come il puro schieramento di chi si oppone a qualsiasi cambiamento. Alla lunga diventa un pezzo della rottamazione, per consunzione se non per scelta politica.

Dal punto di vista del merito, la questione di essere una piazza di conservazione è ancora più evidente. Due sono apparsi i temi che la cronaca dal palco e le interviste ai partecipanti hanno reso evidente. Il palinsesto della manifestazione è stato scandito da interventi di rappresentanti sindacali di fabbriche in crisi. La piazza era chiamata a dare a tutti la solidarietà per le iniziative di lotta in atto in molti settori: dalla siderurgia all’orchestra dell’Opera di Roma, in base al principio che il “posto di lavoro non si tocca”. Un lungo elenco di casi di crisi aziendali, frutto di situazioni anche molto diverse, usate per richiedere interventi della politica dove l’economia sta boccheggiando. Come si potesse impostare oggi una politica economica tesa a realizzare con soldi pubblici piani di interventi industriali per mantenere posti di lavoro.

Mentre il palco forniva questi esempi, le interviste ai partecipanti al corteo raccoglievano le ragioni che avevano spinto le persone a esserci. Lasciando perdere le giustificazioni autogratificanti di chi non ha mai perso una manifestazione e di chi era lì per ragioni prettamente politiche, una posizione è emersa come la più riproposta nelle risposte, quasi fosse il motivo lanciato nelle riunioni preparatorie: con l’ulteriore colpo all’articolo 18, questo Governo vuole togliere diritti ai lavoratori, noi invece siamo per estendere a tutti i diritti esistenti, allargando quindi l’applicazione di quanto previsto per le grandi aziende a tutte le imprese e a tutte le tipologie di contratti applicati; così difendiamo anche i precari, i lavoratori delle piccole imprese e per qualcuno anche le partite Iva. Il discorso finale di Susanna Camusso ha tenuto assieme queste due posizioni scagliandole contro il Governo, colpevole di attaccare i diritti dei lavoratori.