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ARTICOLO 18/ Cosa cambia davvero con la riforma di Renzi?

Matteo Renzi vuole riformare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per creare più occupazione. GABRIELE FAVA ci aiuta a capire cosa cambierebbe rispetto alla situazione attuale

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L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è oggi, come negli ultimi tempi, al centro del dibattito e delle dispute delle varie aree politiche per un’ennesima riforma del lavoro, quella del governo Renzi. Lo Statuto dei lavoratori, e cioè la legge del 20 maggio 1970, n. 300, contiene l’insieme delle norme «sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro». L’articolo 18 rientra nel “Titolo II - Della libertà sindacale” e disciplina i licenziamenti dei lavoratori che avvengono senza giusta causa. Lo stesso ha subito una sostanziale modifica nel 2012 con la cosiddetta riforma Fornero (L. 92/2012).

L’articolo 18 indica i diritti e i limiti per il lavoratore che viene licenziato in modo illegittimo e decide di impugnare giudizialmente (dopo un periodo di tempo che deve essere al massimo di 180 giorni) il provvedimento per ottenere la reintegra (ovvero il posto di lavoro) o essere risarcito del danno subito.

Per “illegittimità” di un licenziamento, lo Statuto dei lavoratori fa riferimento alla discriminazione, alla mancanza di una giusta causa o a quella di un giustificato motivo. Se il giudice dichiara l’annullamento del licenziamento ci sono per il datore di lavoro e il lavoratore licenziato diverse conseguenze che cambiano se il licenziamento è: discriminatorio, per giustificato motivo soggettivo o giusta causa (disciplinare), per motivi economici. Esaminiamo quindi le diverse fattispecie.

Il licenziamento discriminatorio

Il licenziamento discriminatorio, cioè il licenziamento lesivo dei diritti fondamentali della persona (come, ad esempio: licenziamento di lavoratore impegnato sindacalmente; licenziamento di lavoratore sieropositivo; licenziamento ideologico; licenziamento sulla base dell’aspetto fisico o dell’abbigliamento) e intimato senza che ricorra la giusta causa o il giustificato motivo, viene sempre considerato nullo (cioè come non fosse mai stato effettuato), indipendentemente dalla motivazione addotta, e comporta il diritto alla reintegra nel posto di lavoro nelle condizioni di pre-licenziamento. Al lavoratore deve essere dunque assicurato lo stesso trattamento economico e la stessa posizione che aveva prima.

Inoltre, oltre al reintegro, è previsto un risarcimento del danno subito che di norma è pari alle retribuzioni che il lavoratore avrebbe percepito se non fosse stato licenziato e copre quindi il periodo che va dal licenziamento all’effettivo ritorno sul posto di lavoro. Il datore di lavoro deve anche versare i contributi per la pensione per il periodo in cui il lavoratore risultava essere licenziato. In ogni caso la misura del risarcimento non può essere inferiore a cinque mensilità. Con la riforma Fornero questa tutela piena è stata estesa alle aziende indipendentemente dal numero dei dipendenti (prima erano un minimo di 15) e ai dirigenti.

Ottenuto il reintegro, il lavoratore ha comunque il diritto di non rientrare in azienda e di chiedere in cambio un’indennità sostitutiva. Questa possibilità prevista dall’articolo 18 è stata pensata per consentire al lavoratore di risolvere comunque il rapporto di lavoro, evitando di dover tornare in un ambiente lavorativo che potrebbe essere ostile, almeno da parte del suo datore. L’indennità deve essere pari a quindici mesi di retribuzione.