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RIFORMA PENSIONI 2014 / Pensione anticipata e tfr, una tassa e la flessibilità possono aiutare (anche) i giovani

Per NICOLA SALERNO, una riforma delle pensioni più equa deve basarsi su flessibilità in uscita, contributo sulle pensioni più elevate e riduzione dell’aliquota per chi ha meno di 30 anni

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Flessibilità in uscita, contributo sulle pensioni più elevate e riduzione dell’aliquota previdenziale per chi ha meno di 30 anni. È la riforma delle pensioni in tre punti proposta da Nicola Salerno, senior economist di CeRM - Competitività, Regole e Mercati. Gli occhi di tutti sono puntati sulla prossima Legge di stabilità, dalla quale in molti si aspettano risposte anche sul fronte delle pensioni. Il Senato ha appena approvato la sesta salvaguardia per quanto riguarda gli esodati, ma ci sono ancora molti altri cantieri aperti.

In che modo è possibile intervenire sulle pensioni nella Legge di stabilità?

In primo luogo va chiarito che non basta intervenire sulle pensioni per uscire dalla crisi. Ciò che occorre per rilanciare l’economia è immettervi delle risorse fresche. Non è ridistribuendo le risorse esistenti che possiamo cercare quella spinta decisiva a risollevarci. Le pensioni non possono essere il toccasana dell’economia, così come del resto non lo è l’abolizione dell’articolo 18.

La flessibilità può rendere più equo ed efficiente il nostro sistema pensionistico?

Il pensionamento flessibile, introdotto in Italia dalla legge Dini nel 1995, ha previsto un intervallo di età in base a cui chi si ritira prima dal lavoro prende un po’ meno e chi si ritira dopo prende di più. La riforma Fornero, con l’obiettivo di migliorare i conti pubblici, ha rinunciato a questa flessibilità di pensionamento riportando in auge e innalzando i vincoli puntuali di età o di contribuzione. L’obiettivo era bloccare le coorti che stavano andando in pensione nel 2011/2012 e generare dei risparmi nel bilancio pubblico.

È possibile ritornare oggi al principio alla base della legge Dini?

Reintrodurre il pensionamento flessibile può essere fatto in tanti modi, a cominciare dalla scelta dell’età, ma sarebbe comunque una buona cosa. In questo modo si favorisce il turnover tra giovani e anziani. Obbligare una persona a lavorare quando non lo desidera più, oltre a rappresentare una forzatura nei confronti della sua sfera privata e personale, è un rischio per il datore di lavoro perché chi rimane al lavoro controvoglia ha una produttività più bassa. Con l’ulteriore conseguenza negativa di bloccare il fisiologico ricambio del mercato del lavoro.

La Corte costituzionale ha detto no al contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro. La partita è definitivamente chiusa?