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Lavoro

SPILLO/ Le domande che mettono "in crisi" sindacati e Governo

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La Fiom-Cgil, per esempio, si sta caratterizzando per un’azione che dura da quasi vent’anni, ben prima dell’avvento dell’attuale capo Maurizio Landini: la nostra memoria collettiva ha perso i nomi dei suoi precedenti leader (Rinaldini e Sabbatini), che da sempre hanno guidato il sindacato “rosso” dei metalmeccanici con un’impronta di carattere politico, condizionante la propria casa madre Cgil. I vari Epifani, Cofferati, Trentin, Pizzinato (e qui ci fermiamo) hanno sempre avuto problemi di tenuta con la Fiom e le altre organizzazioni interne da essa condizionate.

Un discorso a parte riguarda la Cisl, alle prese con un repentino cambio della dirigenza confederale e che non ha coinvolto solo la posizione di massima responsabilità con l’elezione di Annamaria Furlan a segretario generale, in sostituzione di Raffaele Bonanni. Gli spostamenti interni nella filiera, le riorganizzazioni in corso (accorpamenti di territori/province e di Federazioni di categoria), le semplificazioni annunciate e in via di decollo, non consentono a oggi di verificare fino in fondo il profilo definitivo a cui questa organizzazione perverrà, anche se la tradizione cislina e la solida robustezza della leadership, a iniziare da Furlan stessa, ci permettono di sostenere che non assisteremo a scossoni di natura strategica e politica.

Tuttavia i nodi della questione sindacale rimangono sul terreno in tutta la loro evidenza, in particolare la natura e gli scopi delle rappresentanze sociali oggi; nodi che si infiammano ulteriormente con le bordate renziane sui Patronati e sui Caf, che rappresentano una delle tante vicende contradditorie di questa fase di governo, che porta innegabili novità ma anche altrettanti interrogativi sui risultati finali.

La partita su cui i diversi sindacati si stanno interrogando (ma anche le stesse rappresentanze dei datori di lavoro) si pone a questo livello e con due domande di fondo: il sistema politico e istituzionale è in grado, da solo, di governare processi sociali ed economici sempre più complessi, senza il concorso delle forze sociali stesse? E a quali cambiamenti occorrerà mettere mano per tornare a dialogare per la costruzione del bene comune del nostro Paese?

Il tema ritorna, come detto, sulla natura e sugli scopi delle rappresentanze sociali: i professionisti della rappresentanza devono rispondere a questa seconda domanda, la cui risposta non è scontata come può apparire per quella precedente.

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