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RIFORMA PENSIONI 2014/ Le misure per dire addio ai privilegi (e dare giustizia ai giovani)

Per DANIELE CIRIOLI, l’ammissione di Angeletti secondo cui sulla riforma Dini il sindacato sbagliò è una beffa per un’intera generazione alla quale è stato resettato il futuro

Luigi Angeletti Luigi Angeletti

“Un errore il sindacato lo ha fatto, sulla riforma pensioni. Avremmo dovuto accettare il contributivo pro rata per tutti. Ci saremmo risparmiati tanti problemi che sono venuti dopo”. A riconoscerlo è Luigi Angeletti, segretario nazionale uscente della Uil. Secondo quanto stabilito dalla riforma pensioni di Dini, il sistema italiano prevede che quanti nel 1995 lavoravano già da almeno 18 anni vadano in pensione con il metodo retributivo che garantisce un assegno mensile molto più ricco e sostanzioso. Mentre le pensioni di tutti gli altri sono calcolate con il metodo contributivo, che produce però assegni molto più poveri. Abbiamo chiesto un commento a Daniele Cirioli, ricercatore, scrittore ed esperto di tematiche legate al lavoro e alla previdenza.

Che cosa ne pensa delle dichiarazioni di Angeletti?

«Meglio tardi che mai», verrebbe da dire se servisse a porci rimedio. Ma ormai non c’è più nulla che possa essere corretto: 20 anni (il tempo trascorso dal 1995) più 18 anni (il minimo richiesto al 31 dicembre 1995 per restare nel vecchio e agiato sistema contributivo delle pensioni) fa 38 anni! Con 40 anni si matura il massimo della pensione: si capisce, allora, che ormai le categorie privilegiate stanno tutte beatamente in pensione sulle spalle dei lavoratori. Non dimentichiamo (e lo ricordo all’ex Segretario Uil) che negli ultimi trent’anni non è cambiato soltanto il criterio di calcolo della pensione, ma anche i requisiti per il diritto. In pratica sono aumentati i contributi versati dai lavoratori e, contemporaneamente, è diminuita la misura delle pensioni: peggio non poteva capitare! L’aumento è arrivato dall’allungamento della permanenza al lavoro, mediante l’innalzamento del requisito d’età per la pensione.

In che modo?

Per rendere l’idea, se fino agli anni ’90 si andava in pensione a ogni età con 15 anni, 6 mesi e 1 giorno di lavoro, oggi la via più breve è maturare almeno 5 anni di contributi e 70 anni d’età oppure almeno 20 anni di contributi e 66 anni di età (se la pensione supera i 1.500 euro mensili, altrimenti servono 70 anni d’età!). Anche la riduzione dell’importo della pensione è arrivato, indirettamente, dall’allungamento dell’età di pensionamento, perché più si ritarda il momento di andare in pensione e meno pensione si intascherà (complessivamente). Credo nella buona fede di Angeletti, ma quell’affermazione, oggi, ha un po’ il sapore di beffa, che si aggiunge al notevole danno per un’intera generazione alla quale è stato praticamente “resettato” il futuro.

È possibile introdurre un contributo di solidarietà con tasse più alte sulle pensioni retributive?