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Lavoro

SPILLO/ La "cultura" che manca al Jobs Act di Renzi

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Per assicurare questa “presa in carico” si delinea, anche se in modo appena accennato, una rete di agenzie pubbliche e private che dovranno proporre a tutti coloro che cercano lavoro un percorso di orientamento/formazione finalizzato a trovare una nuova occupazione. Tutta la rete di agenzie, pubbliche o accreditate, saranno gestite/coordinate da una agenzia nazionale di nuova costituzione che assicurerà, nelle more delle competenze regionali e nazionali, un livello di tutela garantito uguale per tutti. Ciò dovrebbe portare al superamento di trattamenti diversi oggi presenti fra regioni e talvolta anche fra provincie.

È evidente che per fare tutto ciò senza nuovi aggravi di costi si dovrà indirizzare la spesa a favore di percorsi che riducano al minimo quelli legati al sostegno al reddito e favorire quelli per servizi che favoriscano un veloce passaggio da lavoro a lavoro. La cassa integrazione rimarrà solo per quei lavoratori che verranno realmente riassunti nell’impresa di origine e un reddito di mobilità garantirà invece per uno/due anni chi dovrà ricercare una nuova occupazione.

Anche le imprese saranno chiamate, attraverso il contratto di ricollocazione, a finanziare i servizi legati alla “presa in carico”. Come avviene in altri paesi europei in caso di licenziamenti collettivi per ragioni economiche, parte delle risorse altrimenti date ai singoli lavoratori come “buonuscita” formeranno un fondo utilizzato per finanziare servizi di outplacement.

Come accennato, si tratta di una riforma che ha profonde radici culturali. Senza avere chiaro che il nuovo sistema può essere definito solo partendo dalla centralità della persona e dalla capacità, da parte di chi “la prende in carico”, di rimettere in moto le sue capacità relazionali e il suo desiderio di lavoro come relazione, si rischia di creare un nuovo sistema di servizi burocratici che gestiranno liste di disoccupati come nei vecchi uffici di collocamento. Per questo servirà assicurare la riforma con importanti supporti culturali. Dobbiamo vincere troppi sedimenti storici che hanno portato a comportamenti contrari al desiderio di partecipazione.

Oggi, di fronte alla richiesta di rinunciare a una quota dell’assegno di buonuscita per finanziare percorsi di ricollocazione, la maggioranza dei lavoratori sceglie il massimo nell’assegno. Esempi contrari vi sono stati, come gruppi dirigenti sindacali che non hanno scelto la via più facile, ma, assieme all’azienda, si sono impegnati in un’opera di convinzione. Ciò è possibile però se è chiara la concezione che vede nella persona non solo il produttore, ma tutto il suo desiderio di vivere la realtà.

Per questo la sfida non è solo nel disegnare una buona rete di uffici che facciano nuovi servizi al lavoro. La sfida è cambiare il modo con cui si valorizzano le persone e chiamare tutti i soggetti coinvolti a dare un contributo di idee ed esperienza per fare emergere una nuova concezione delle relazioni sul lavoro.

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