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Lavoro

SPILLO/ La "cultura" che manca al Jobs Act di Renzi

Se nella delega per la riforma del mercato del lavoro ci sono misure interessanti, è pur vero, spiega MASSIMO FERLINI, che hanno bisogno di un supporto culturale per risultare vincenti

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Il dibattito sul Jobs Act torna a concentrarsi solo intorno ai temi legati all’articolo 18. La ricerca di un accordo fra le componenti del Pd ha portato a rivedere quanto già votato al Senato e quindi, per rispettare l’obiettivo di approvare il testo entro dicembre, serve un accordo che regga il ritorno al Senato in tempi brevi del nuovo testo della Camera (l’inutilità delle due camere per leggi di riforma volute dal governo in carica non poteva essere rimarcata meglio di così). Il compromesso formale riguarda la precisazione rispetto ai reintegri per i licenziamenti disciplinari. Ma deve fissare il nuovo limite, e allora ci dirà se sta prevalendo una nuova concezione del lavoro o se si tornerà all’ideologia del posto di lavoro.

Il tema fondamentale del confronto (che non riguarda solo la sinistra) è proprio quello di superare una concezione del lavoro, ridotto solo a posto e reddito conseguente, che ha ingessato le regole del nostro mercato del lavoro e ha prodotto uno scontro entro cui negli anni passati si è inserita la violenza terrorista. Tutta la manovra riformatrice sul mercato del lavoro può reggersi se chiarisce i termini culturali di fondo. Si tratta di rimettere al centro la persona con il suo bisogno principale: attraverso il lavoro esprime nel modo migliore la necessità che ha di entrare in relazione con gli altri e con il mondo che gli è stato assegnato.

È il desiderio di esprimere le proprie capacità mettendole a disposizione, in uno scambio relazionale continuo e capace di soddisfare il proprio desiderio di realizzazione perché capace di consegnare agli altri qualcosa che si ritiene migliore. Può tutto ciò ridursi a posto e reddito? Non richiede invece una risposta proattiva che, di fronte alle difficoltà della vita, rilanci queste capacità della persona nel rimettersi in gioco?

In questo senso una parte del provvedimento di delega cerca di ridisegnare i servizi al lavoro. Il presidente del Consiglio, nello spiegare l’obiettivo principale della riforma, aveva fatto riferimento proprio a questo obiettivo. Le sue parole furono che chi si trova in difficoltà perché alla ricerca di lavoro per la prima volta, o perché entrata in crisi l’azienda dove lavorava, deve avere la certezza di trovare un’agenzia che “lo prende in carico”, cioè che si prenda cura del suo bisogno di ritrovare lavoro.

Per realizzare questo programma, la delega introduce alcuni punti precisi. Prende atto che oggi il nostro sistema usa la quasi totalità delle risorse per politiche passive con sostegni al reddito, ma ciò ha fino a oggi bloccato la mobilità dei lavoratori. Per questo sposta risorse a favore di politiche attive e introduce la condizionalità, per cui chi non si mette in moto per accrescere la propria occupabilità perde il sostegno al reddito.