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SCIOPERO 12 DICEMBRE/ Una battaglia "a sinistra" (contro Renzi) che dimentica il lavoro

Oggi Cgil e Uil hanno proclamato lo sciopero generale. Per GERARDO LARGHI, Camusso e Barbagallo sembrano aver dimenticato i veri problemi del lavoro per bersagliare Renzi

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

Perché non fare sciopero generle? Perché farlo, anzitutto? Perché il governo non ascolta i sindacati; perché il pubblico impiego aspetta da sette anni il rinnovo del contratto; perché gli 80 euro non saranno dati ai pensionati; perché il Jobs Act prevede la fine dell’articolo 18. Tutti temi seri, ma davvero ha senso chiedere al Paese di fermarsi (che poi ciò succeda davvero è quanto meno dubbio....) per tali ragioni? Davvero il signor Brambilla, dipendente di una banca, dovrebbe fermarsi perché al signor Di Francesco non rinnovano i contratti? Certo anche Brambilla ha i suoi motivi per non essere contento, per non sentirsi “felice” sul proprio posto di lavoro. Ma, ripetiamo, il Paese è realmente attraversato da questo sentimento di sconforto e di delusione per le politiche del Governo?

Il Paese, appunto: lo sciopero generale (che per natura serve per intercettare la delusione “generale”) è la risposta giusta alle singole richieste non evase, alle esigenze di tutte le categorie di italiani? La risposta sta nella domanda. Non esiste un fil rouge che attraversa la rabbia delle singole categorie: o almeno non c’è fin quando non si voglia pronunciare il nome di “Renzi”.

Allora tutto cambia. Perché è davvero grande la delusione verso le sue politiche (non) realizzate ma (sempre) annunciate. È davvero trasversale il senso di impotenza verso un’economia che sempre più appare fuori controllo, non gestita da una visione lungimirante. È davvero finita la speranza concepita verso il “rottamatore” da tanti italiani. Tutto questo è vero. Com’è vero che i sondaggi danno ancora in largo vantaggio Renzi su tutti gli altri possibili suoi competitors; che la crisi è europea; che i settori più vivaci e che esportano hanno saputo auto-organizzarsi e rilanciare le proprie ambizioni su mercati nuovi e ricchi; che chi ha voluto ha saputo riconvertire il proprio business e non si è lasciato travolgere dalla piena; che le banche hanno ricominciato a dare prestiti e che molte tra le aziende che hanno chiuso lo hanno fatto perché erano cotte e ballavano sul sottilissimo filo dei prestiti bancari.

Insomma, si può fare sciopero generale solo se si ha l’onestà intellettuale di pronunciare il nome del presidente del Consiglio e di dire che è lui il bersaglio e farlo cadere è l’obiettivo. Poniamoci allora la domanda successiva: vale davvero la pena incrociare le braccia per questo motivo? 

Le due centrali sindacali che hanno proclamato lo sciopero ne sono convinte, ma non a caso sono quelle che più hanno polemizzato direttamente con Renzi (nel caso di Camusso) e con un suo ministro (nel caso di Barbagallo). Ma se si parla con gli stessi dirigenti dei due sindacati, è più che facile sentirsi dire che anche loro non si aspettano nulla per domani, 13 dicembre. Sanno benissimo che Renzi resterà al suo posto, che si lascerà andare a qualche altra battutaccia fuori luogo e tempo, che le ministre ripeteranno il suo verbo in ogni intervista. Come sanno che l’economia non cambierà passo, che la riforma del lavoro andrà ancora discussa con chi ne scriverà i decreti attuativi, che l’energia continuerà a costare tanto, troppo, rispetto al resto del mondo.