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Lavoro

JOBS ACT/ I "nuovi" contratti in arrivo nel 2015

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Anche il licenziamento collettivo dovrebbe rientrare nella nozione di “licenziamento economico”, ma il nuovo regime di tutela non dovrebbe riguardare solo i nuovi assunti e dovrebbe riferirsi solo all’ipotesi di violazione dei criteri di scelta del dipendente. 

Il nodo più spinoso della riscrittura dell’articolo 18 rimane l’individuazione dei casi di licenziamenti disciplinari che possono dare luogo alla reintegra. A oggi l’ipotesi allo studio è di limitarla ai soli casi di insussistenza del fatto materiale grave contestato al lavoratore (ad esempio, si dimostra che il lavoratore accusato di furto non ha mai rubato), mentre in tutti gli altri casi verrà pagato un indennizzo ridotto in proporzione alla colpa del lavoratore.

Per i licenziamenti economici scatterà invece sempre e comunque un indennizzo. A livello di sanzioni per il datore di lavoro, l’orientamento del Governo e dei tecnici sembra essere quello di prevedere in caso di licenziamento economico ingiustificato accertato davanti a un giudice un indennizzo di 1,5 mensilità per ogni anno di servizio fino a un massimo di 24 mensilità, con possibilità per il datore di lavoro di non intraprendere neppure la causa versando sul conto corrente del dipendente licenziato un indennizzo pari a una mensilità per ogni anno di servizio con un tetto di 18 mensilità. Se il dipendente non restituisce la somma e non dichiara di voler impugnare il licenziamento davanti a un giudice si considera conclusa la procedura di conciliazione.

Secondo alcuni, le modifiche introdotte all’articolo 18 potrebbero determinare una riduzione alla propensione dei lavoratori a cambiare lavoro anche per il rischio oggettivo di una tutela meno stabile. Altri sottolineano la complicazione di dover applicare diversi regimi di tutela che, almeno per un certo numero di anni dovranno convivere, a seconda che si tratti di assunti ante e post 2015. Si aggiunga che probabilmente sarà mantenuta ancora la distinzione in base al requisito dimensionale dell’azienda. Infatti, il Governo non intende aggravare i costi in caso di licenziamento illegittimo nelle imprese fino a 15 dipendenti per le quali oggi è previsto, in generale, un indennizzo da 2,5 a 6 mensilità.

Da un altro punto di vista il nuovo regime di protezione potrebbe avere da subito effetti positivi nell’attirare investitori stranieri e nel registrare un cambio di mentalità delle imprese che di frequente, anche per i possibili effetti dell’articolo 18, decidono di bloccare la soglia dimensionale della loro impresa a 15 dipendenti.

La discussione di tutti è così concentrata quasi esclusivamente sugli effetti di questo cambiamento che, se pur importante, rischia di ricondurre tutti i problemi del nostro mercato del lavoro all’abolizione dell’articolo 18 quando è sotto gli occhi di tutti, ad esempio, la necessità di migliorare il servizio di domanda-offerta, di prevedere forme concrete di ricollocazione per gli ultracinquantenni e non da ultimo “il rafforzamento degli strumenti per favorire l’alternanza tra scuola e lavoro” (principio direttivo contenuto nel Jobs Act).

Aggiungo che, al di là di tutte le possibili opinioni che dovranno essere disponibili a sottostare “al vaglio della realtà”, mi pare positivo che finalmente il principio secondo cui il contratto a tempo indeterminato è la “prima” e “più favorita” forma contrattuale, non sia solo affermato o ribadito, come in tante riforme, ma che concretamente lo sforzo sia di accompagnarlo a sconti reali del costo del lavoro e a un sistema di protezione con regole certe, non essenzialmente e sempre centrato sulla valutazione imprevedibile di un giudice.

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