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Lavoro

JOBS ACT/ Gli errori da sanare nel 2015

Con i decreti del 24 dicembre ha preso il via l'attuazione del Jobs Act. Ma restano diversi aspetti ancora da chiarire. Ce li illustra MASSIMO FERLINI nella sua analisi

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Con i decreti del 24 dicembre ha preso il via l'attuazione del Jobs Act. Le valutazioni che hanno seguito la divulgazione del testo hanno principalmente riguardato la difesa delle posizioni che i diversi schieramenti avevano già sostenuto durante il dibattito parlamentare e che intendono riproporre nel dibattito nelle commissioni, dove è previsto il parere consultivo dall'iter del decreto.

Il fulcro delle polemiche riguarda ancora l'articolo 18 e i casi di indennità per licenziamenti individuali e collettivi. Cgil e Uil minacciano nuovi scioperi e le sinistre parlamentari si propongono di incidere nella discussione per escludere i licenziamenti collettivi ed eventualmente poi ricorrere alla Corte costituzionale per eccesso di delega o addirittura seguire la via del referendum abrogativo (come se il referendum sulla scala mobile non avesse lasciato nessun insegnamento).

A questi facilmente prevedibili temi di polemica, si è aggiunto quello dei pubblici dipendenti che dovrebbero essere esclusi dalle nuove norme, mentre per molti esponenti della maggioranza era chiaro l'intendimento di estendere anche alla Pa la nuova normativa sul lavoro. Dato che la riforma vuole essere una "rivoluzione copernicana" del lavoro nel nostro Paese, escludere tutto il settore pubblico suonerebbe come una sconfessione degli obiettivi generali. Sarebbe inoltre un passo indietro anche per la riforma della Pa che vede nella mobilità e nella riorganizzazione del personale con l'uso di strumenti privatistici il passaggio per restituire produttività ed efficienza ai servizi pubblici.

Vale per ora l'indicazione del presidente del Consiglio che lascia facoltà alle commissioni parlamentari di decidere su questo punto. Certo, un'esclusione sarebbe una concessione alla cultura del posto di lavoro contro il passaggio alla cultura della occupabilità. Mi pare in fondo questo il perno intorno a cui i diversi provvedimenti attuativi che determineranno l'applicazione del Jobs Act dovranno essere valutati in termini di coerenza ed efficacia.

La nuova legislazione non si pone come una norma che vuole ampliare gli spazi ai licenziamenti e limitare le forme contrattuali alle assunzioni: vuole gettare le basi per un sistema di welfare del lavoro come in Italia non vi è mai stato e che per poter funzionare deve avere basi certe per i processi di mobilità nel mercato del lavoro sia in ingresso che in uscita. Solo su questa base è possibile costruire un sistema di servizi che supportino l'occupabilità di coloro che cercano lavoro. Creare cioè una rete di agenzie pubbliche e private che si "prendano in carico" i disoccupati e, attraverso percorsi personalizzati, programmino nuovi sbocchi lavorativi.

A sostegno di questi percorsi uno dei decreti approvati prevede il nuovo sostegno al reddito (Aspi) esteso a tutti i lavoratori in difficoltà per 24 mesi e ampliato (con copertura minore) anche a chi ha contratti coordinati o a progetto. Si pongono così le basi per intervenire a correggere il dualismo che ha caratterizzato lungamente il nostro mercato del lavoro fra garantiti e non garantiti.