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JOBS ACT/ I contratti che "spingono" la riforma di Renzi

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Questa lunga digressione sugli squilibri che caratterizzano il nostro mercato del lavoro e che la crisi ha reso ancora più evidenti, è per valutare se le iniziative messe in campo nel corso di questi mesi sono efficaci per rilanciare il tasso di occupazione. Mi pare che i risultati degli ultimi due trimestri rilevati dal ministero del Lavoro vadano in questa direzione. E sono dati reali, il risultato delle elaborazioni relative alle comunicazioni obbligatorie, e registrano quindi i movimenti oggettivamente avvenuti sul mercato del lavoro.

Il saldo entrati/usciti è, anche se di poco, positivo. Quindi il tasso di occupazione complessivo torna a salire. Salgono anche i disoccupati, ma perché la probabilità di trovare occupazione torna a crescere. Crescono i contratti a tempo determinato e quelli di apprendistato. È l’effetto delle prime misure introdotte dal ministro Poletti e indicano che le imprese hanno usato gli strumenti offerti per nuove assunzioni. In particolare, l’apprendistato indica che vi è una nuova occupazione giovanile.

La manovra sulle leggi del lavoro nel suo complesso avrà un effetto ancora maggiore. La ragione è abbastanza semplice. Più forme contrattuali, con piene tutele dei lavoratori, permettono un più facile incontro fra domanda e offerta, facilitando sia la mobilità nel mercato, sia le nuove entrate nel lavoro. Non è un caso che i paesi con il maggiore tasso di occupazione femminile e di anziani sono quelli con la maggiore diffusione di contratti part-time. Questi facilitano una partecipazione flessibile al lavoro che è richiesta da molti settori produttivi, ma anche da molti cittadini che non cercano un lavoro a tempo pieno. È l’assenza di queste forme contrattuali che porta al diffondersi di forme precarie o spurie di contratti, fino al permanere di una quota importante di lavoro nero.

Tornare a porsi il problema di fare crescere il tasso di occupazione è quindi il perno delle scelte sia nelle politiche del lavoro che in quelle economiche. Una politica espansiva è necessaria per rilanciare la domanda di lavoro. Ma non vedere che in piena crisi vi sono circa un milione di occasioni di lavoro non coperte per assenze di servizi per il lavoro efficaci e perché non si è fatto tutto il possibile per facilitare l’incontro fra domanda e offerta di lavoro è uno spreco di risorse umane ed economiche che non possiamo più permetterci.

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COMMENTI
06/12/2014 - crisi dal 2005 ? (alberto servi)

Al contrario di Ferlini credo che la crisi abbia avuto inizio con la legge 300 del 1970.Da allora i parametri della salute dell’economia hanno iniziato l'evoluzione negativa. Il 18 politico,gli esami di gruppo e le convergenze parallele. L'occupazione, il debito, il PIL diminuito,le tasse aumentate,le imprese proiettate a cercare con la delocalizzazione ritorni su altri mercati. Quelle rimaste costrette a chiudere e a scoperchiare i tetti dei capannoni per non pagare l’IMU. Il sindacato è stato il maggiore responsabile nel diffondere la pretesa che il lavoro sia un diritto garantito dal Governo. Il lavoro nasce dallo sviluppo della economia, dalle condizioni d’ingresso per tasse e ambiente e soprattutto da chi ha il coraggio di rischiare il proprio capitale e offrire lavoro, vale a dire l’imprenditore che nel 90% delle PMI è un exprestatore d'opera.Il sindacato ha solamente accresciuto il suo potere ingrassando i suoi capataz fino ai risultati di oggi. Per dire NO con Cofferati all’abolizione dell’art.18 richiesta da Berlusconi TRE milioni nel 2002. UN milione Ottobre 2014 a S.Giovanni (per la polizia 400mila). Grazie al sindacato sono scomparsi gli imprenditori e il capitale per investire. C’è solo da sperare che un giorno i tanti giovani emigrati abbiano la voglia di tornare forti dei loro successi costruiti con la selezione, la gavetta e il credito personale. Tutti elementi lontani dal diritto al lavoro garantito.