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JOBS ACT/ Colli-Lanzi (Gi Group): una "rivoluzione" nel lavoro che farà crescere l'Italia

Stefano Colli-Lanzi (Infophoto) Stefano Colli-Lanzi (Infophoto)

Penso di sì. I problemi del nostro Paese nell’attrarre investimenti vanno al di là delle regole del mercato del lavoro. In particolare, è fondamentale la trasparenza nel far rispettare le regole: in Italia ne abbiamo tante, ma non sempre si capisce chi le rispetta e chi deve farle rispettare. Questa mancanza di trasparenza tende ad allontanare gli stranieri. Detto questo, credo che la nuova normativa aiuterà ad aumentare l’attrattività del Paese per gli investitori esteri.

 

Con le nuove regole, come avverrà l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro?

Se il contratto a tempo indeterminato diventa uno strumento flessibile per cui può essere rescisso con un costo chiaro, che problema c’è ad assumere con questo strumento anche i giovani? Se poi per le nuove assunzioni c’è la decontribuzione prevista dalla Legge di stabilità diventa più interessante del tempo determinato. E anche le Agenzie per il lavoro potrebbero aumentare enormemente i loro assunti a tempo indeterminato, da somministrare poi alle aziende, per garantirgli una flessibilità perfetta.

 

Molto, a questo punto, dipenderà dai decreti attuativi e da come verranno cambiate le regole sui licenziamenti…

Sì, per adesso abbiamo un “contenitore” con dei principi che deve essere riempito. Pare che il primo provvedimento, che dovrebbe partire da gennaio, sia proprio la modifica della disciplina sul contratto a tempo indeterminato, insieme al collegamento con il contratto di ricollocazione e le politiche attive per chi resta senza lavoro. Dopo l’approvazione del disegno di legge delega credo che il Governo abbia le mani abbastanza libere per scrivere i decreti e portare a compimento l’opera: potrebbe essere un passo effettivamente storico.

 

Smettendo di guardare al futuro, e concentrandoci sul 2014, va detto che questo doveva essere l’anno di Garanzia Giovani, un programma cui era stata data molta enfasi, ma che sembra essersi rivelato un “flop”.

Garanzia Giovani era l’occasione sia per far qualcosa di vero e serio per i giovani, vista la disponibilità di risorse provenienti dall’Europa, sia per far decollare il tema delle politiche attive. Pochissime regioni, tra cui la Lombardia, sono riuscite a mettere in campo dei progetti efficaci. La maggior parte di esse si trova invece in grandissima difficoltà.

 

Perché secondo lei?

La mia impressione è che, da una parte, non ci sia spazio per trattare le tematiche del lavoro a livello regionale: non ha senso avere 21 sistemi diversi per gestire le politiche attive. Dall’altra parte, penso anche che il Governo abbia un po’ o stia un po’ facilitando questo fallimento. È diventata ormai opinione comune che le prerogative legate alle politiche attive attualmente in capo alle regioni debbano tornare a essere gestite a livello centrale, con l’auspicio che questo possa essere più efficace. In un certo senso si può dire che stiamo sacrificando la Garanzia Giovani sull’altare della centralizzazione delle politiche attive. Se questa evoluzione verrà portata effettivamente avanti e diventerà efficace in breve tempo, forse si potrà dire che è valsa la pena fare questo sacrificio.

 

Rispetto a questa situazione e all’evoluzione prevista nel mercato del lavoro, i soggetti privati, come le Agenzie per il lavoro (Apl), sono pronti?