BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

IDEE/ Il “salto” di imprese e sindacati per ridare lavoro all’Italia

Infophoto Infophoto

La quarta fase è quella attuale: i sindacati sono di nuovo uniti contro il “capitale”. Lo scenario quindi è questo: i sindacati hanno ritrovato l’unità d’azione con l’accordo interconfederale del 28 giugno 2011; si sono dati pensiero di recuperare la rappresentatività dal basso, e dunque tra gli iscritti; a tal fine, hanno sottoscritto prima l’accordo del 31 maggio 2013 e poi il regolamento attuativo del 10 gennaio 2014 e completato perciò il passaggio dal sistema di rappresentatività presunta (delle Rsa) a quello di rappresentatività effettiva (delle Rsu). Il copione, però, resta quello drammatico degli anni 2000, e anzi è peggiorato: i sindacati, per quanto di nuovo uniti e più rappresentativi, protestano contro un “capitale” sordo, che anzi minaccia di fuggire all’estero o, in alternativa, di abbattere drasticamente i diritti dei lavoratori.

Tra la terza e la quarta fase, dunque, qualcosa non è andato. E allora qual è il passo che sindacati e imprenditori non hanno fatto? Come deve prospettarsi la quinta fase? La risposta è una sola: i sindacati e gli imprenditori hanno mancato di allearsi contro la crisi, come si fosse dalla stessa parte, e continuato a vivere con l’idea del conflitto tra il “salario” e il “capitale”. E invece, per uscire dal pantano, non c’è più bisogno di “exit”, ma semplicemente di “loyality” tra sindacati e imprenditori e di unica “voice” contro la crisi, per dirla con Hirschman.

Ciò verso precisi obiettivi. Ad esempio, più contrattazione collettiva di secondo livello con la partecipazione del sindacato alle scelte delle imprese e dei lavoratori agli utili. Ma soprattutto, in questa prospettiva, più quota di salario rimessa alla volontà di imprenditori e sindacati, contro la cultura dei minimi retributivi stabiliti dal Ccnl.

In questo modo, le imprese avrebbero infatti possibilità di ancorare i salari al proprio trendproduttivo, di pagare a seconda di esso di più o di meno i lavoratori, incentivati per questo a produrre in misura maggiore, dunque di sopravvivere e in definitiva di garantire nel tempo l’occupazione.

E invece, allo stato, le imprese sono obbligate a pagare retribuzioni stabilite da attori che si muovono su un palco che non vedono. E così, quelle piccole talora collassano; le grandi fanno resistenza a ricorrere alle retribuzioni premiali.

Si tratterebbe, in fondo, di un esempio di “connettività” [] tra imprenditori e sindacati, come quella già sperimentata negli altri paesi, a partire dalla Germania sino alla Russia con il sindacato IATUO Lukoil. Ma soprattutto, di una via che non conduce a un bivio di nome Electrolux.

 

[2] In questo senso si veda, F. Occhetta, La società italiana: tra sopravvivenza e innovazioneLa Civiltà Cattolica, 18 gennaio 2014, 3926, pag. 119 e ss.

© Riproduzione Riservata.

COMMENTI
14/02/2014 - commento (francesco taddei)

nel 2001 la cisl di pezzotta e la uil di angeletti firmarono l'accordo col ministro maroni per l'abolizione dell'art.18