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Lavoro

ELECTROLUX/ Taglio dei salari e delocalizzazione: cosa dice la legge?

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No. Il Diritto del lavoro “nazionale” ha efficacia, per l’appunto, nazionale, non travalica i confini nazionali e non segue come un’ombra l’imprenditore che, così, delocalizzando, se ne libera, e che anzi delocalizza proprio per liberarsene. Dunque, il diritto del lavoro impedisce la concorrenza al ribasso tra lavoratori, di qualsiasi nazionalità, che lavorano in Italia, ma è impotente di fronte aldumping sociale determinato dalla diversità della legislazione del lavoro, e dei livelli retributivi, dei vari paesi, anche se, eventualmente, appartenenti a un medesimo ordinamento comunitario e nonostante le direttive di armonizzazione. 

 

E del resto l’impresa è libera di delocalizzare dove crede, anche se in Italia licenzia tutti, lasciando il deserto, o no?

Eh già. Se la delocalizzazione è una minaccia, è, per così dire, la “minaccia di far valere un diritto”. “L’impresa deve essere libera di scegliere i luoghi di produzione in base agli specifici modelli economici delle imprese e all’evoluzione delle condizioni di mercato”, ripete la Commissione europea. E così l’impresa può anche scegliere i luoghi di produzione dove si applica un Diritto del lavoro più a buon mercato del nostro. Anche se ben più complesse sono le ragioni che inducono le imprese a delocalizzare o a non investire nel nostro Paese, e, quanto al costo del lavoro, ciò che lo rende insostenibile non è il prezzo pagato al lavoratore perché conduca un’esistenza libera e dignitosa per il maggior numero di giorni di un mese alla fine del quale non sempre arriva, ma quello pagato, in tasse e contributi, a uno Stato tanto vorace quanto inefficiente.

 

Ma cosa succede se il sindacato cede al “ricatto” della delocalizzazione: il Diritto del lavoro se, come diceva prima, si basa sulla norma inderogabile da cui sorgono diritti indisponibili, consente di tagliare le retribuzioni e di peggiorare le condizioni di lavoro?

Il Diritto del lavoro, nella crisi, è molto cambiato, così come sono cambiati, complessivamente, i giudici del lavoro. La norma inderogabile è sempre meno inderogabile e i diritti indisponibili sempre meno indisponibili. La reintegrazione nel posto di lavoro non è più la tutela in caso di licenziamento illegittimo. La madre di tutte le tutele (l’art. 18) ha abbandonato la prole ed è stata esodata dalla Fornero. E lo spettro della delocalizzazione fa più paura se è molto più facile licenziare e se il posto non è più garantito.

 

Ma allora sarebbe possibile far lavorare in Italia un lavoratore alle stesse condizioni applicabili a un lavoratore che lavori in Polonia, Romania o in Cina?

Non esageriamo. È possibile negli scantinati di un laboratorio che lavora in nero. Ma è possibile ridurre in modo considerevole le tutele, azienda per azienda. O area per area. Dal 2011 esiste infatti il famoso, o famigerato, art. 8! Quello dei “contratti di prossimità” (aziendali o territoriali) che, con efficacia nei confronti di tutti i dipendenti dell’impresa (anche se non aderenti ai sindacati), purché sottoscritti sulla base di un non meglio precisato “criterio maggioritario”, sono legittimati a derogare non soltanto al contratto nazionale, ma anche alla norme inderogabili di legge, in caso, ad esempio, di gestione delle crisi aziendali e occupazionali, “fermo restando il rispetto della Costituzione, nonché i vincoli derivanti dalle normative comunitarie e dalle convenzioni internazionali sul lavoro”.

 

E viene utilizzato l’art. 8?