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ELECTROLUX/ Taglio dei salari e delocalizzazione: cosa dice la legge?

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In incognito. Sottovoce. Si fa ma non si dice. L’art. 8 è ritenuto norma eversiva rispetto ai principi fondamentali del Diritto del lavoro e, dunque, meno lo si nomina e meglio è. La prolusione dei professori di Diritto del lavoro è stata stravolta a partire dai corsi successivi al 2011: prima spiegavamo che il Diritto del lavoro è un sistema di norme inderogabili a tutela dei lavoratori. Ora dobbiamo correggerci e aggiungere: “Anzi, derogabili dai contratti di prossimità”. E già il corso inizia male.

 

Ma fino a che punto può arrivare l’art. 8?

L’art. 8 può molto ma non può tutto, anche se per qualcuno (la maggioranza politica che lo ha varato) rappresenta il futuro di un diritto del lavoro ritagliato come un vestito sartoriale sulle esigenze delle singole imprese. Una camicia di Nesso che si vorrebbe far indossare ai lavoratori, secondo gli altri.

 

Cosa non si può fare con l’art. 8?

Ad esempio, pattuire a livello aziendale, quale alternativa alla delocalizzazione, una retribuzione inferiore ai minimi retributivi previsti dal Contratto collettivo nazionale, che i giudici del lavoro potrebbero ritenere non conforme al principio costituzionale della retribuzione proporzionata e sufficiente. O privare i lavoratori di tutele che siano espressione di principi di civiltà giuridica (consentire il licenziamento ingiustificato o escludere l’obbligo del preavviso e via dicendo, o legittimare il moderno caporalato, che sovente si annida in “sofisticate” esternalizzazioni).

 

Allora la concorrenza tra lavoratori sul mercato globale sta trasformando il Diritto del lavoro.

Sì. La combinazione di ineluttabile globalizzazione, crisi economica, crisi della giustizia del lavoro (che si affronta anche con quell’efficace strumento deflativo del contenzioso che è il rigetto dei ricorsi) ha reso aleatoria, se non illusoria, la tutela che qualcuno ancora si aspetta da un Diritto del lavoro pur in fase di caotico ripiegamento. Ma la globalizzazione può anche essere un’opportunità, se, da una parte, non è l’occasione per una resa dei conti e, dall’altra, stimola una sana concorrenza al rialzo, e premia disponibilità, dinamismo, impegno, merito, “capacità di agire in un contesto imprevedibile”, inducendo un cambio della diffusa “cultura del lavoro” che si basa sullo “spartire ciò che c’è”. 

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