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Lavoro

DISOCCUPAZIONE RECORD/ Sapelli: con questa Europa, il Jobs Act di Renzi non basta

Ieri l’Istat ha diffuso nuovi dati pessimi sulla disoccupazione in Italia, che ha raggiunto il 12,9%, con quella giovanile al 42,4%. Il commento di GIULIO SAPELLI 

Matteo Renzi (Infophoto)Matteo Renzi (Infophoto)

A gennaio il tasso di disoccupazione è salito in Italia al 12,9%, quasi un punto percentuale in più rispetto alla media dei paesi Ue. Lo rende noto l’Istat precisando che si tratta di dati ancora provvisori. Si tratta del tasso più alto sia dall’inizio delle serie mensili, gennaio 2004, sia delle trimestrali, primo trimestre 1977. Nel 2013 i disoccupati hanno sfiorato quota 3,3 milioni, +13,4% rispetto all’anno precedente. Sempre secondo l’Istat, l’incremento riguarderebbe “entrambe le componenti di genere e tutte le ripartizioni”.È salito anche il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) che è arrivato al 42,4%. Il dato peggiore si registra al Sud. Su questi dati che descrivono una situazione sempre più drammatica per il nostro Paese, abbiamo chiesto un commento a Giulio Sapelli, docente di Storia economica all’Università degli Studi di Milano.

La disoccupazione è cresciuta ancora: adesso è al 12,9%, quasi un punto percentuale in più della media europea. Si aspettava un dato del genere?

Questi dati ci ricordano che quando si perde domanda effettiva, diceva il vecchio Keynes, non la si ricrea con la bacchetta magica. Se non c’è una profonda inversione di tendenza, se imprese e uffici chiudono, è chiaro che aumenta il numero dei disoccupati per strada. Se in più diminuisce il potere d’acquisto delle famiglie e aumentano le tasse sui consumi, è chiaro che non si crea domanda effettiva.

Cosa intende con domanda effettiva e come si fa a ricrearla?

La forza del moltiplicatore, quella cosa che fa girare la macchina, è la domanda effettiva. Non è come dicono i neoclassici che l’offerta crea la domanda; eh no, è la domanda che crea l’offerta. E i nodi adesso vengono tutti al pettine.

Quali nodi?

Avevamo la lezione della Spagna e della Grecia, e siamo andati avanti con questa ostinazione a pensare che sono le regole del mercato del lavoro che fanno l’occupazione, come sostengono i Biagi, i Treu e gli Ichino che sono dei giuristi; fosse vivo il povero Tarantelli inorridirebbe! Certo, cambiare le regole può dare una spinta ma non crea occupazione. Se non c’è investimento non c’è occupazione.

Quali regole occorre cambiare?

Dobbiamo diminuire le tasse su chi assume, abolire l’articolo 18; così com’è adesso è il fallimento della Fornero: l’articolo 18 ha dato ancora più potere alla magistratura. Era meglio l’arbitrato. Poi c’è la riforma delle pensioni: adesso cominciamo a vedere cosa vuol dire andare in pensione a 67-68 anni. Posti di lavoro non se creano. Come si fa a immaginare un mondo senza pensioni di anzianità o di vecchiaia? Abbiamo fatto di tutto per creare disoccupazione e adesso i nodi vengono tutti al pettine. Adesso aspetto la Germania.

Perché, cosa farà la Germania?

Quando la Germania, che non dimentichiamoci è la locomotiva d’Europa - e l’euro mi pare evidente è il marco travestito, annuncia che avrà una crescita attorno all’1%, c’è da aver paura per il futuro.

Il Jobs Act di Renzi servirà a combattere la disoccupazione?