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JOBS ACT/ I "buchi" di una riforma che non crea lavoro

In un momento economico-finanziario così critico, i rimedi che il nuovo esecutivo intende mettere in atto sembrano incapaci di creare occupazione, spiega GABRIELE FAVA

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Il preoccupante stato in cui versano l’economia e il mercato del lavoro nel nostro Paese ci ha abituati al moltiplicarsi di slogan politici e proposte di riforme legislative. È di pochi giorni fa la pubblicazione degli ultimi, allarmanti, dati Istat sull’occupazione che fanno registrare un nuovo record del tasso di disoccupazione (balzato al 12,9%), specie di quella giovanile (per la fascia 15-24 anni è pari al 42,4%), ed ecco che il Governo di Matteo Renzi propone un piano con cui si vorrebbe favorire la ripresa economica e stimolare il mercato del lavoro. Tuttavia, le misure di intervento contenute nelle bozze di decreti circolati in questi giorni contengono, sia aspetti interessanti sia soluzioni criticabili.

Degna di nota è sicuramente la semplificazione del contratto di apprendistato nell’ottica di elidere tutti gli adempimenti che frenano la diffusione del contratto stesso. Ancora, particolare importanza riveste l’ampliamento dell’a-causalità del contratto a termine nell’ottica di sviluppare sempre di più l’occupazione. Sono sicuramente soluzioni positive quelle oggi individuate nelle bozze di decreto legge che, tuttavia, devono e possono essere migliorate e per certi versi rafforzate.

Discutibile, invece, è la scelta di semplificare le fattispecie contrattuali anche attraverso l’introduzione del contratto unico a tempo indeterminato a tutele crescenti e l’ipotesi creare di un’Agenzia nazionale per l’occupazione come polo di coordinamento e indirizzo dei Centri per l’impiego. Ma non convince affatto la teoria secondo cui dalla semplificazione del panorama contrattuale dovrebbe derivare automaticamente maggiore occupazione e elasticità “in entrata”. Tanto meno si avverte il bisogno di una nuova istituzione burocratica a capo del sistema di collocamento pubblico che notoriamente non colloca.

Se in un momento economico-finanziario così critico questi sono i rimedi che il nuovo esecutivo intende mettere in atto temo, allora, che si andrà nella direzione diametralmente opposta a quella auspicata, ovvero verso un ulteriore imbrigliamento e irrigidimento del sistema. Come si può pensare, infatti, di favorire l’apertura del mercato del lavoro se da un lato si inibisce la flessibilità e dall’altro si investe nel potenziamento dei servizi per l’impiego che non hanno mai funzionato?

Se si vuole davvero rilanciare l’occupazione bisogna sì puntare alla semplificazione, ma non intesa come riduzione delle forme contrattuali possibili, quanto piuttosto come snellimento burocratico e procedurale. Ciò di cui il mercato del lavoro ha realmente bisogno - proprio contrariamente all’idea del contratto unico - è una maggiore attenzione al concetto di occupabilità (employment protection), un potenziamento delle forme più moderne di lavoro capaci di coniugare le esigenze di chi fa impresa con quelle di chi opera al suo interno (cosiddetto smart work, lavoro a distanza e lavoro agile).