BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

SPILLO/ La guerra a sinistra che lascia il lavoro "in cantina"

I recenti provvedimenti presi dal governo in materia di lavoro, con una parte del Jobs Act, hanno portato a reazioni diverse tra i sindacati. Il commento di FIORENZO COLOMBO

InfophotoInfophoto

“Ce ne faremo una ragione!”. Questo è stato uno dei leit motiv degli scorsi giorni da parte di tutti i leader sindacali, allorquando il Consiglio dei Ministri ha varato i provvedimenti sul lavoro, sia in forma di Decreto che di Disegno di legge e senza una consultazione delle Parti sociali. A dire il vero, forse, qualche caffè (o giù di lì…) il neo Ministro del Lavoro Poletti lo ha preso con qualcuno dei capi richiamati. Allo stato dei fatti, in particolare sulle modifiche ai contratti a tempo determinato e sulla semplificazione dell’apprendistato, è emersa una posizione contrapposta tra Cisl e Cgil, con la Uil nel mezzo e comunque sostanzialmente d’accordo con metodo e merito decisi da Renzi e compagni.

Si è avvertito altresì (compresa una recente intervista a Sergio Cofferati su queste pagine) il riemergere di posizioni tattiche e in una certa misura ideologiche, laddove si sono emesse sentenze di bocciatura o di promozione in toto delle modifiche approvate. Per ricordarle sommariamente, da qualche giorno i contratti a tempo determinato possono essere instaurati senza un motivo specifico e da un anno, precedentemente previsto, possono essere prolungati fino a un massimo di tre; inoltre, gli stessi contratti possono essere prorogati per brevi periodi per non più di otto volte nell’ambito di una durata massima di trentasei mesi, oltre ad altre modifiche di minore impatto, compresa l’assimilazione dei contratti di somministrazione (ex interinali).

Per l’apprendistato si punta a una semplificazione degli adempimenti burocratici per la parte che riguarda l’aspetto formativo, l’abolizione delle norme che obbligano le imprese e i datori di lavoro a una parziale conferma al termine del periodo di apprendistato (quantificato in forma percentuale nei singoli contratti collettivi nazionali e quindi con un coordinamento con gli stessi), talune attenuazioni di parti retributive e altre modifiche di minor conto.

Si tratta, a parere di scrive, di misure limitate che, tuttavia, devono essere valutate per quello che sono, ovvero un contributo alla semplificazione e comunque tali da non giustificare i toni da crociata sentiti o letti. Infatti, se da una parte ci si illude che sono sufficienti le modifiche alle regole dei rapporti di lavoro, senza incidere più di tanto sui reali fattori produttivi per abbattere il differenziale di inoccupazione presente rispetto alle aspettative delle persone, dall’altra appare quanto meno fuorviante bocciare come “inutili e dannose” le modifiche apportate, e a noi pare un vecchio modo manicheo di affrontare le cose.

Occorre sempre “graduare” valutazioni e giudizi rispetto alla portata delle cose in campo, in particolare laddove si continua a evocare che tutto ciò che non è a tempo indeterminato è da buttare, equivocando e descrivendo uno scenario che è sempre meno verosimile. Se a tutti piacerebbe riavere un mondo di “posti fissi ed eterni”, laddove non è più così nemmeno in vaste aree della Pa, in realtà la consapevolezza che accompagna fasce crescenti di popolazione coinvolta, in tutte le classi di età, è che il futuro (e il presente) sarà fatto sempre più di percorsi discontinui.