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SPILLO/ Il "triangolo d'oro" che mette in crisi il Jobs Act di Renzi

FRANCESCO GIUBILEO ci spiega il modello alla base del Jobs Act del Governo Renzi, le possibili conseguenze sul mercato del lavoro e i problemi strutturali da affrontare

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In questo articolo vediamo in dettaglio il modello alla base del Jobs Act, le possibili conseguenze sul mercato del lavoro e i problemi strutturali da affrontare. In generale, l’obiettivo che intende conseguire Matteo Renzi non è così distante dai principi dei precedenti governi, ovvero la realizzazione dell’ormai inflazionato modello di “flexicurity” (assistenza universale, una flessibile regolamentazione del mercato del lavoro ed efficienti servizi pubblici per l’impiego). Nessuno può dire se questi principi, o presunti tali, funzioneranno anche in Italia, supponendo che saranno trovate le coperture economiche necessarie a finanziarlo.

La modifica del contratto a termine (legato soprattutto all’eliminazione della causale) probabilmente produrrà un marginale aumento di questi contratti (dato che comunque va rispettato il limite del 20%). Influirà sicuramente sulla propensione da parte del datore di lavoro ad assumere una persona con un contratto a tempo indeterminato, che verrà marginalizzato a figure “strategiche” per il core business dell’azienda oppure verrà utilizzato solo per le persone portatrici di vantaggi fiscali (rischia di diventare il contratto delle categorie protette o svantaggiate).

Non avrà nessun impatto nei confronti degli altri contratti atipici, dato che comunque costa di più, ma paradossalmente potrebbe ridurre in parte il fenomeno del precariato di breve durata, ampliando però quello di medio e lungo periodo. È probabile che i dipendenti dopo tre anni di contratto verranno sostituiti da altri lavoratori (oggi questo avviene molto prima dei tre anni).

Ancora più assurdo, dopo questa modifica, risulta l’ostruzionismo dei sindacati a una seria riforma del contratto a tempo indeterminato. In altri termini, si preferisce questo a un eventuale “contratto unico a garanzia graduale”, che nella relazione del governo viene anche accennato, ma risulta palese che nessun datore di lavoro deciderà di utilizzarlo data la presenza di un contratto a termine così vantaggioso.

Comunque, come per gli altri provvedimenti non mi aspetto impatti significativi sul mercato del lavoro, allo stesso modo mi tocca evidenziare l’inutile modifica al contratto di apprendistato, addirittura a rischio di sanzioni comunitarie, che in buona parte ricorda il contratto di formazione-lavoro (va detto uno dei pochi contratti che in Italia ha effettivamente funzionato). Ricordo che dai dati sulle comunicazioni obbligatorie, il contratto di apprendistato per i giovani è sempre stato uno strumento marginale; utilizzato pochissimo dalle imprese che richiedono sempre più personale competente e visto l’elevato squilibrio della Curva di Beveridge non fanno certamente fatica a trovarlo. Eppure la logica alla base del contratto non è errata, ma realizzare in quattro anni quasi dieci modifiche sullo stesso contratto allontana definitivamente dallo strumento quelle poche aziende straniere presenti in Italia. L’importante è evitare di utilizzare l’apprendistato per il cassiere del supermercato, che negli anni passati rappresentava l’idealtipo del contratto, piuttosto che per il giovane che lavora nella piccola boutique artigianale.