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TASSE E LAVORO/ Il vero "cuneo" che Renzi deve abbattere in Italia

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Matteo Renzi ha da subito detto che il suo è il “Governo del coraggio”: il coraggio oggi è più che mai necessario per compiere scelte funzionali - che magari non accontentino tutti… - in netto contrasto con le sterili politiche precedenti. Com’è possibile parlare di rilancio dell’occupazione quando le nostre imprese sono stremate dalla tassazione (principalmente da Ires e Irap), peraltro ai livelli più alti in Europa?

Il problema della riduzione del cuneo fiscale per i lavoratori è indubbiamente importante, anche e soprattutto per il fatto che questi ultimi hanno drammaticamente perso potere d’acquisto e, più in generale, per cercare di stimolare una ripresa dei consumi, sempre più compressi, soprattutto nei generi di prima necessità. È fondamentale, però, non tenere disgiunte tra loro le dinamiche che riguardano i lavoratori (e i disoccupati) da quelle che fanno riferimento alle imprese, senza le quali, d’altronde, il lavoro non ci potrebbe essere. Crediamo che un rilancio dell’occupazione possa avvenire solamente a seguito di un rilancio delle nostre imprese, adottando politiche che mirino a ridurne drasticamente e subito la tassazione, cercando di stimolare altresì gli investimenti, elemento imprescindibile per la ripresa economica.

A tal fine sarebbe utile aprire immediatamente un confronto sulle modalità tecniche con le quali arrivare a un minor impatto fiscale, proponendo, ad esempio, aliquote Ires differenziate e di vantaggio per le nostre Pmi oppure attraverso una valutazione di categorie di costo ritenute “strategiche” in quanto investimenti svolti dalle nostre imprese, da portare in deduzione dalla base imponibile. Tuttavia, pensiamo che occorra, ulteriormente, avere un’idea alta e a medio-lungo termine di rilancio e di sviluppo del nostro sistema economico-industriale, partendo dalla valorizzazione dei “distretti industriali” - studiati magistralmente da Alfred Marshall - che sono il concentrato delle nostre Pmi e ad altissima intensità di lavoro “umano”.

In un periodo dove il problema della disoccupazione è di attualità drammatica, varrebbe forse la pena chiedersi quali siano gli ostacoli che impediscono politiche adeguate per fare fronte al dramma occupazionale. Il coraggio deve essere anche quello di pensare all’impresa non solo come al luogo ove massimizzare i profitti: il profitto non è il fine di un’impresa, ne è semmai il principale indicatore di stabilità.

In sintesi, è quanto mai necessaria l’elaborazione di un pensiero teorico nuovo, capace di ridare spazio a tematiche che sono state tenute silenti per troppo tempo, come il rilancio dell’occupazione e la distribuzione del reddito. La finanza è uno strumento neutro, del quale ci si servirebbe probabilmente anche in un sistema di “puro lavoro” e in assenza di beni capitali; il pensieromainstream ha ritenuto di portarla oltre il ruolo che le compete, dando così luogo a un vero e proprio eccesso di finanziarizzazione dell’economia. Si è ritenuto, a livello teorico, che per un’impresa fosse del tutto indifferente finanziarsi attraverso fondi propri, piuttosto che con operazioni in “leva”, con evidenti ripercussioni negative nei processi distributivi dei profitti.

Siamo alla fine, almeno così auspichiamo, di un sistema in parte drogato anche dal meccanismo delle stock option, che ha visto remunerare molti dirigenti in base alle performance del valore di mercato delle imprese. Oggi è quanto mai più realistico pensare a un sistema nel quale vengono premiati i dirigenti che più sono capaci e abili a creare nuovi posti di lavoro.