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Lavoro

JOBS ACT/ Contratti e tutele, la "rivoluzione" di Renzi che deve ancora cominciare

Il governo, attraverso un decreto legge e un disegno di legge delega, ha fatto capire come intende intervenire sul mercato del lavoro. Il commento di MASSIMO FERLINI

Giuliano Poletti (Infophoto)Giuliano Poletti (Infophoto)

Le proposte di riforma del mercato del lavoro avanzate dal ministro Poletti hanno il pregio di indicare una direzione di marcia che mette fine a polemiche sterili e parziali per riaprire una stagione in cui procedere al taglio di quei “lacci e lacciuoli” che tengono il nostro mercato del lavoro in uno stato di profonda arretratezza. I provvedimenti presentati nel decreto legge e nel testo di delega vanno valutati assieme per cogliere le idee di fondo che animano l’azione di governo.

Le polemiche quotidiane si fermano al decreto, in particolare alle misure che attraverso ritocchi al contratto a tempo determinato e all’apprendistato tolgono una parte delle barriere all’entrata nel lavoro. Barriere introdotte da improvvidi provvedimenti degli ultimi governi. Ma il nostro mercato del lavoro non richiede scambi fra maggiori barriere all’entrata e minori freni all’uscita, quanto un cambio complessivo che aumenti tutta la mobilità sul mercato, sia in entrata che in uscita. Occorre, come è giustamente richiamato nella delega, assicurare a tutti i lavoratori (indipendentemente dal contratto di provenienza) un sistema di tutela del reddito e una rete di servizi al lavoro che cambi radicalmente la situazione attuale caratterizzata da politiche passive onerose, e non estese a tutti, e servizi che non sono in grado di occuparsi dell’incrocio domanda-offerta.

Oggi la possibilità di previsione delle imprese è sempre più a tempo determinato. La flessibilità del lavoro e la scelta delle forme contrattuali sono un dato portato da una crisi che ha limitato le possibilità di programmare a medio-lungo periodo e avviato processi di ristrutturazione che cambieranno i rapporti in molti settori dell’industria e dei servizi. In un sistema di imprese come il nostro, caratterizzato da aziende di piccola dimensione, questi cambiamenti sono ancora più amplificati e le politiche territoriali, i contratti sempre più legati alle realtà locali e di impresa per favorire la produttività, sono strumenti indispensabili per sostenere il passaggio a una nuova fase.

La centralità va allora assegnata allo sviluppo dell’Aspi e alla creazione di un’Agenzia nazionale per i servizi al lavoro che, utilizzando le risorse per le politiche attive e passive del lavoro, ridisegni i servizi finalizzandoli al risultato della ricollocazione dei lavoratori. Per rompere un’ideologia conservatrice - che vede convergere le posizioni di parte sia del fonte padronale che delle rappresentanze dei lavoratori - dovremmo porci nell’ottica di ripensare gli strumenti in funzione dei bisogni delle persone. Centrale è la persona che deve entrare o rientrare in un ruolo attivo. Le risorse devono sostenere il reddito e un percorso di ricerca di nuova occupazione che valorizzi le competenze acquisiste e la disponibilità a implementare tali competenze con percorsi formativi finalizzati a un nuovo impiego.