BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

PENSIONI E LAVORO/ Così Renzi "rottama" i giovani

Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti (Infophoto)Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti (Infophoto)

Goffo e impreciso è sembrato l’intervento di qualche settimana fa del neoministro Marianna Madia, che proponeva di prepensionare un certo numero di dipendenti pubblici (si parlava di circa 85.000) per rinnovare la burocrazia e fare largo ai giovani. Se da una parte bisogna riconoscere lo spirito positivo di cambiamento e di rinnovamento dell’intervento proposto, dall’altra occorre fare attenzione affinché l’istinto di rottamazione non vada a surclassare qualsiasi considerazione sulla meritocrazia, principio altrettanto importante da far germogliare all’interno della Pubblica amministrazione. Vanno poi considerate le conseguenze sul bilancio pubblico: ci troveremmo a dover sostenere sia l’impatto di risorse aggiuntive inserite nel comparto pubblico, sia l’aggravio sul delicato (dis)equilibrio del sistema pensionistico, che verrebbe gravato da ulteriori prepensionamenti. Per questo, le seppur buone intenzioni del Ministro Madia lasciano spazio a più di qualche dubbio.

Lo spirito della proposta viene in qualche modo ripreso, sempre in termini piuttosto vaghi, dal Documento di economia e finanza appena presentato dal governo Renzi, che contiene alcune indicazioni in tema di pensione anticipata, impegnando il governo “in prospettiva a valutare la reintroduzione di meccanismi di flessibilità di uscita rispetto ai nuovi limiti anagrafici, attraverso un sistema di incentivi e disincentivi” Il ministro del Lavoro Poletti, durante un intervista a TvRepubblica, ha tentato di entrare più nel dettaglio, specificando di star lavorando “a un’idea molto semplice: ti manca un anno al pensionamento? Ti do un assegno che non è la pensione fino a quando raggiungi i termini. Per questo anno la tua impresa continua a pagare i contributi previdenziali come tu fossi tornato a lavorare e l’assegno che ti ho dato un po’ me lo restituisci nei tuoi 30 anni di pensione e un po’ te lo paga lo Stato”.

Non rimane che attendere il momento in cui tali proposte prenderanno realmente forma, in modo da valutarne più concretamente gli impatti. Una cosa sembra però chiara: il Governo non pare intenzionato a toccare in alcun modo i diritti acquisiti per attenuare uno squilibrio generazionale che, per come stanno le cose, vedrà i più giovani pagare il conto per un banchetto a cui non hanno partecipato (vedi riflessioni su baby pensioni e sul differenziale creato tra le pensioni calcolate con metodo retributivo e contributivo su queste pagine).

Sul piano del lavoro e dell’occupazione, il decantato Jobs Act è uscito ridimensionato rispetto alle attese e non sembra sufficiente a garantire una forte scossa al mercato del lavoro, tale da provocare uno “shock” occupazionale e imprimere una decisa inversione di tendenza. La strada da percorrere presupponeva una scelta di fondo. Da una parte, continuare ad allargare le differenze esistenti tra chi ha un contratto di lavoro iper-protetto a tempo indeterminato e chi invece è impiegato con una delle forme “flessibili”. Dall’altra, la possibilità di avviare un processo di convergenza che porti a superare totem ideologici come l’articolo 18, puntando a un sistema equilibrato in cui il contratto a tempo indeterminato sia certamente il fulcro principale, ma depurato da questa iper-protezione asfissiante che soffoca l’occupazione, che non risponde alle sfide di un moderno mercato globale e che è ormai diventata un privilegio per pochi, la cui difesa è interamente pagata dalle nuove generazioni di lavoratori e disoccupati.