BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

SPILLO/ La "tassa" da 233 milioni targata Inps e Inail

Per ogni 10 euro di buono lavoro, solamente 7,5 finiscono nelle tasche dei lavoratori. DANIELE CIRIOLI ci spiega perché e dove vanno a finire gli altri 2,5 euro

InfophotoInfophoto

Una “tassa” di 233 milioni di euro (102 soltanto nel 2013). È il conto, salato, pagato dai lavoratori occasionali nei sei anni di operatività dei voucher: studenti, pensionati, disoccupati che, in cambio di un buono-lavoro del valore nominale di 10 euro (voucher), prestano un’ora di lavoro a favore di famiglie e ora anche di imprese e professionisti. Di quei 10 euro nominali, tuttavia, in tasca ai lavoratori arrivano soltanto 7,5 euro: il resto di 2,5 euro se lo spartiscono Inps e Inail. Precisamente 1,3 euro finiscono nel calderone della Gestione Separata Inps, dove marciranno senza mai fruttare una vera e propria prestazione previdenziale o assistenziale; 0,5 euro ripagano sempre all’Inps il servizio di riscossione; infine, 0,7 euro vanno all’Inail per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. Dal 2008 al 31 dicembre 2013, in base ai dati forniti dall’Inps il 15 aprile scorso, sono stati venduti poco più di 93 milioni di voucher per un controvalore nominale di 932 milioni di euro circa. Di questi tuttavia solo 671 milioni sono andati a finire nelle tasche dei lavoratori. E il resto? Il resto è la “tassa” di 233 milioni di euro pagata dai lavoratori che è finita per 168 milioni all’Inps e per 65 milioni all’Inail.

Che cos’è il lavoro accessorio.Introdotto dalla riforma Biagi del 2003, era una particolare modalità di prestazione lavorativa con la finalità di regolamentare quelle prestazioni occasionali e accessorie non riconducibili a un contratto di lavoro vero e proprio, in quanto svolte in modo saltuario (cioè quei lavoretti che solitamente venivano fatti in nero come, per esempio, dare ripetizioni, fare baby-sitting, vendemmiare, ecc.). La riforma Fornero 2012, e le successive modifiche del decreto Sviluppo 2012 e del decreto Lavoro 2013, hanno radicalmente trasformato la disciplina delle cosiddette “prestazioni occasionali di tipo accessorio rese da particolari soggetti” (Capo II, Titolo VII, dlgs n. 276/2003, la riforma Biagi). Le modifiche fondamentali riguardano la nozione stessa di prestazioni di lavoro accessorio che ora sono qualificate come attività lavorative (non c’è più l’ulteriore qualificazione di “natura meramente occasionale”) che non danno luogo con riferimento alla totalità dei committenti a compensi superiori a 5mila euro nel corso di un anno solare. Rispetto al passato, insomma, non c’è più un riferimento a causali “soggettive” e “oggettive”, cioè alle categorie di prestatori e ai settori di attività per i quali era consentito far ricorso a tali prestazioni: oggi, pertanto, tali prestazioni sono sempre legittime all’unica condizione che vengano retribuite nel limite di 5mila euro per anno solare con riferimento al singolo lavoratore e a prescindere dal numero di committenti (nel caso di imprese e professionisti, oltre al limite di 5mila euro, è previsto l’ulteriore limite di 2mila euro di voucher per singola impresa o professionista). Tali limiti di legittimità (5mila e 2mila euro) sono soggetti a rivalutazione annuale e nell’anno solare 2014 sono diventati, rispettivamente, 5.050 euro e 2.020 euro netti (6.740 euro e 2.690 euro al lordo dei contributi).