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SPILLO/ La riforma che lascia "disoccupato" il Jobs Act di Renzi

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Personalmente sono abbastanza dubbioso sul fatto che sia opportuno introdurre una nuova tipologia contrattuale, come il contratto a tempo indeterminato a tutele progressive. Il problema non è la proliferazione delle forme contrattuali, bensì la reale possibilità di investire sul lavoro in termini di sviluppo economico. Se noi abbiamo delle imprese che crescono, avranno tutto l’interesse ad assumere a tempo indeterminato i loro dipendenti,. Il vero problema però è che non si investe in formazione sui contratti a tempo determinato.

 

E’ per questo che ritiene che l’enfasi non vada messa sulle forme contrattuali?

Ancora oggi la grande attenzione del legislatore è sull’ingegneria contrattuale, cioè sul fatto di immaginarsi qualche nuova figura di contratto che teoricamente dovrebbe creare lavoro. A questa equazione credo molto poco in quanto il lavoro si crea se c’è sviluppo e aumento di valore per ora lavorata. Occorre dunque competere in produttività e sul piano del valore aggiunto con i nostri concorrenti europei.

 

Rispetto alla Fornero, il Jobs Act è un passo avanti oppure indietro?

E’ un “passo di fianco”, in quanto la riforma di Renzi si smarca abbastanza si smarca abbastanza dalla legge Fornero. L’impostazione è sicuramente diversa, perché almeno stando a quanto si è letto finora il Jobs Act mette in atto un’azione più di sistema. Non si limita cioè a incidere sul licenziamento e sui contratti, ma mette in campo un’azione che dovrebbe coinvolgere a 360 gradi l’economia del Paese, favorendo in particolare lo sviluppo di settori che in Italia potrebbero realmente avere un margine di competitività speciale. Il mio auspicio è che nel Jobs Act ci sia una svolta anche per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali, che è mancata nella riforma Fornero.

 

(Pietro Vernizzi)

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