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IL CASO/ Donne e lavoro, la Lombardia “cancella” l’allarme di Huffington (e Lagarde)

Christine Lagarde (Infophoto) Christine Lagarde (Infophoto)

Persino il concetto della “terza rivoluzione femminile” evocato da Huffington trova echi nel Manifesto, che parla di un “atto terzo” scandito dal crollo dell’orario uguale per tutti, dallo smascheramento della presunta oggettività del merito, da un nuovo genere di competizione, aliena da inutili tornei, che ponga al centro trasparenza degli obiettivi e responsabilità. E non a caso, l’approdo del discorso di Huffington è analogo a quello delle femministe: il “doppio sì” a lavoro e maternità, il riconoscimento di un’esigenza, di un desiderio insopprimibile, anche per le donne lavoratrici, che secondo un’indagine di Forbes Woman aspirano per l’84% a potersi occupare personalmente dei figli.

È ormai riconosciuto che la contrapposizione binaria tra “madre-casalinga” e “donna in carriera” abbia fatto il suo tempo, di fronte a un logoramento della vita che sempre più svela la necessità di riappropriarsi della completezza dell’esistenza. Tuttavia, prese di posizione come quelle di Huffington arrivano a cose fatte, alla stregua della nottola di Minerva, quando la riflessione sul lavoro nata e germogliata nel nostro Paese ha già cominciato a portare i primi frutti, a dispetto delle critiche di Lagarde.

Per restare in Lombardia, come si ricordava di recente in un convegno a cui ha preso parte anche l’assessore Aprea, la regione si è dotata fin dal 2004 di una legge relativa ai tempi delle città per favorire la conciliazione, e già 148 comuni lombardi hanno promosso e adottato un Piano territoriale degli orari. Più in generale, l’accresciuta consapevolezza tecnologica unita alla maggiore sensibilità verso le esigenze familiari ha spinto anche nel nostro Paese ad affrontare con rinnovato vigore il tema dello smart working: non solo in ottica di conciliazione, ma più in generale di cost-saving per le imprese e di maggiore efficienza e produttività dei lavoratori.

Resta vero che le parole di Arianna Huffington, o quelle di Christine Lagarde, avranno forse più eco di quelle delle femministe della Libreria delle Donne, e più visibilità delle tante iniziative positive già inaugurate; ma se così sarà, lo si dovrà non tanto alla freschezza o alla bontà delle proposte, ma piuttosto alla visibilità e l’influenza guadagnate da Lagarde e Huffington in anni di dedizione a quel “modello di successo che non funziona per le donne”.

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