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JOBS ACT/ Due "grane" per i contratti di Renzi

Il Governo di Matteo Renzi ha cominciato a riformare il mercato del lavoro, partendo dai contratti a termine. TIZIANO BARONE ci mostra le inside di questo provvedimento

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

L’operazione avviata da Matteo Renzi con il Jobs Act ha il pregio di aver smosso la cristallizzata organizzazione del nostro mercato del lavoro. Alla luce dei dati sul monitoraggio della precedente riforma, che non aveva incrementato i contratti di lavoro a tempo indeterminato, e considerata la preferenza data dalle imprese italiane alle assunzioni con contratto a tempo determinato, il capo del governo ha convinto le imprese a scambiare i 10 miliardi di euro a favore dei lavoratori con la libertà nella gestione delle assunzioni a tempo determinato. In aggiunta le imprese hanno portato a casa un apprendistato più semplice con regole chiare al fine di limitare i contenziosi.

Pare incredibile, ma la partita di un miglior funzionamento del mercato del lavoro si è giocata proprio in questo scambio nel quale le imprese dovranno dimostrare disponibilità alle nuove assunzioni e i lavoratori accettare una maggiore flessibilità nel primo impiego attendendo almeno tre anni per la stabilizzazione. In realtà, abbiamo fatto un passo avanti sulla strada di una maggiore flessibilità in ingresso (e non ancora in uscita) dal mercato del lavoro richiesta ormai da tempo dall’Unione europea.

È un buon inizio, ma vediamo le insidie nascoste. Che le imprese richiedano una finestra triennale, rispetto all’annualità prevista dalla riforma Fornero, nelle assunzioni dei lavoratori a tempo determinato risulta ragionevole considerando il peso di tali contratti (nel 2013 hanno rappresentato circa il 70% di tutte le attivazioni). È pure ragionevole la presenza delle proroghe che rappresentano una tutela alla visibilità media di mercato per le imprese, in un periodo recessivo con scarsi segnali di ripresa. Le otto proroghe previste (si pensa di scendere a sei) sono tante e il rischio di un loro utilizzo scomposto, come nel caso di un contratto a termine nel mese luglio e un rinnovo a settembre senza causale, descrive una riduzione di tutele verso il lavoratore.

Siamo in linea con le politiche che l’Ue da tempo ci richiede per migliorare il mercato del lavoro. È bene ricordare che l’Ue pone il contratto di lavoro a tempo indeterminato quale modalità normale di rapporto tra le parti, in quanto permette di organizzare in modo equilibrato la vita dei lavoratori.
Le forme flessibili di lavoro sono individuate principalmente nel contratto a termine e nella somministrazione di lavoro. Nel primo contratto la scadenza viene apposta per esigenze organizzative produttive o sostitutive con evidenza della scadenza garantendo la parità retributiva e le assicurazioni sociali previste dai contratti di lavoro. Nel caso della somministrazione di lavoro (l’ex interinale) lo scopo è rispondere alle esigenze di flessibilità produttiva delle imprese garantendo al lavoratore, in aggiunta alla parità retributiva e assicurativa, un sistema di welfare specifico per i lavoratori che garantisce assistenza e formazione proprio per rafforzarne l’occupabilità e l’occupazione permanente. Per questo motivo la somministrazione costa di più: per il 4,3% che finanzia il sistema di welfare di settore.