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Lavoro

RIFORMA PENSIONI/ Lo "scaricabarile" che colpisce giovani e settore privato

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In tal senso, la proposta in estrema sintesi sarebbe quella di anticipare la pensione a queste persone (con 35 o più anni di contributi), che come una sorta di mutuo potranno pagare una volta in pensione con parte di quanto percepiranno (invece di prendere 1100 euro tra due anni, se ne prendono 800 subito e quella è la propria pensione fino a quando non si rientra delle risorse anticipate in termini di spesa previdenziale). L’obiettivo è quello di evitare l’emergere di nuove povertà nei confronti di coloro che non possiedono un reddito e sono in attesa di andare in pensione e, contemporaneamente, evitare di aggravare la già disastrata spesa previdenziale.

Spesa aumentata per effetto dell’assorbimento in Inps del comparto pubblico che era sull’orlo del fallimento, cosa che tra l’altro era piuttosto prevedibile per effetto del blocco dell’assunzioni nella Pubblica amministrazione: senza nuovi dipendenti il sistema non si può auto-finanziare (con relativa conseguenza di età media elevata e scarsa capacità di adeguamento verso le nuove sfide, come informatica e inglese).

Di tutt’altro avviso sono le mie considerazioni sul piano di prepensionamento dei dipendenti della Pubblica amministrazione per generare una “staffetta generazionale” più volte proposta dal ministro Marianna Madia. L’idea, seppur lodevole di accompagnare verso un lavoro stabile migliaia di giovani disoccupati e/o inoccupati, è alla base delle “disastrose” politiche (baby-pensione e mobilità lunga) che, accompagnate a una scellerata gestione dei nostri titoli di stato, sono alla base dell’attuale debito pubblico.

I programmi che hanno salvato la generazione degli anni ‘80 sono oggi la causa della disoccupazione di massa dei giovani (qui l’euro non c’entra): di fatto per decenni abbiamo semplicemente spostato in avanti i problemi, scaricando sul debito pubblico la mancanza di volontà da parte della politica di realizzare riforme strutturali (raccogliendo spesso consenso interno). E non si può non evidenziare la complicità di almeno una parte consistente delle parti sociali.

Alla luce delle considerazioni fatte, l’idea di una staffetta nella Pa è ulteriormente ingiusta (probabilmente sarà anche fonte di un dibattito costituzionale), perché produrrebbe da una parte un settore privato abbandonato letteralmente a se stesso (con il già citato fenomeno “esodati” e disoccupati di lungo periodo over 50 difficili da ricollocare) e dall’altra un settore pubblico ben assistito fino alla pensione.

Se la Pubblica amministrazione deve realizzare una riorganizzazione e razionalizzazione al suo interno, essa va fatta sulla produttività e competenza dei propri dipendenti e questa scelta va affidata ai dirigenti che devono assumersi la responsabilità di licenziare coloro che sono più inefficienti (non necessariamente i più anziani). Tale riorganizzazione può essere “accompagnata” da programmi di pre-pensionamento, ma questi devono essere allargati al settore privato e comunque nel caso di scarsità di risorse la scelta “deve” essere vincolata a criteri oggettivi (per esempio, la difficoltà di ricollocazione del soggetto). Solo in questo modo si possono creare misure basate su criteri di “giustizia sociale”.

Temo tuttavia che il conflitto generazionale sia solo all’inizio, soprattutto se i sindacati non comprendono la necessità di assorbire al loro interno i cosiddetti “precari” di ogni forma, che non vanno considerati “categoria protetta”, ma protagonisti della nuova concertazione. Per farlo, però, è ovviamente necessario svincolare la rappresentanza dalla pressione oggi proveniente dai lavoratori adulti “tutelati” e pensionati. In caso contrario, tutti gli attori coinvolti avranno qualcosa da perdere: i sindacati rischiano di essere letteralmente vuoti di iscritti che lavorano e quest’ultimi saranno sempre più discriminati, perché non avranno nessun rappresentante delle loro giuste motivazioni.

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