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Lavoro

RIFORMA PENSIONI/ Lo "scaricabarile" che colpisce giovani e settore privato

Il sistema previdenziale in Italia non può reggere e negli ultimi tempi si continua a parlare di leggi e riforme in quest’ambito. Il commento di FRANCESCO GIUBILEO

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Il sistema “previdenziale” è nato con l’obiettivo di garantire la copertura economica verso coloro che a una certa età non sono più in grado di poter lavorare. In tal senso, l’idea di coloro che avevano creato il sistema era la seguente: una persona lavorava 30-35 anni e, grazie ai contributi versati, poteva godere per un determinato periodo di una pensione sulla base di una serie di parametri. Attraverso i calcoli basati sulla speranza di vita, questo periodo doveva durare 10-15 anni, in modo che il sistema a regime rimanesse letteralmente in equilibrio in eterno.

Nei paesi occidentali (e anche in molti altri) sappiamo che questo sistema non funziona così, una persona lavora per 35 anni e molto probabilmente godrà di una pensione per altri 35 anni, se tutto va bene. A ogni individuo che legge questo contributo auguro tale fortuna, ma potete capire che, generalizzato, un sistema previdenziale di questo tipo è inevitabilmente portato al fallimento, che non avviene immediatamente, ma richiede decine di anni; ovvero è necessario attendere il momento “critico” in cui il numero di pensionati supererà di gran lunga il numero di lavoratori, e questa rappresenta una quasi sicura previsione per il nostro Paese, data la bassa fertilità.

A ciò si aggiunge che un sistema come quello italiano, dove la spesa previdenziale la fa da padrone rispetto a tutte le altre voci del welfare, è in letteratura “un sistema irreversibile”: non è che per finanziare gli asili nido si può togliere la pensione a un ottantenne perché ai suoi tempi non aveva pagato i contributi che oggi pagano i suoi nipoti. La riforma Fornero, tanto odiata e sbeffeggiata, è stata l’inevitabile conseguenza di una “non-responsabilità” politica degli anni precedenti.

I governi di centrodestra, per ottenere consenso politico, modificarono con la Riforma Dini e poi Maroni il sistema previdenziale, ma scaricandone verso le generazioni future tutti gli effetti negativi, ampliati se non peggiorati dal centrosinistra, con la riforma Damiano (il famoso Protocollo di welfare), che non solo non rimediò allo squilibrio generazionale, ma anzi né amplio gli effetti modificando gli “scaloni” (le finestre per andare in pensione) con gli “scalini”: il risultato è stato favorire i lavoratori provenienti prevalentemente dal settore manifatturiero nell’andare in pensione (spalleggiati dai principali sindacati), senza creare una staffetta generazionale e producendo tra l’altro costi aggiuntivi (a regime stiamo parlando di decine di miliardi di euro) nella spesa pensionistica.

La criticità della riforma Fornero semmai è un’altra, ovvero la scelta arbitraria di prendere un anno di riferimento (classe del ‘52) e differenziare così drasticamente le finestre per accedere alla pensione tra coloro che sono nati prima e dopo quella data. Su tale argomento ben venga la proposta dell’attuale Ministro Poletti, ovvero creare una maggiore flessibilità per accedere alla pensione da parte dei cosiddetti “esodati”.