BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

JOBS ACT/ Il decreto che "smonta" le innovazioni di Renzi

Infophoto Infophoto

Qualsiasi incapacità gestionale, magari legata a un uso disinvolto delle imprese come surrogato della cassaforte di famiglia o del clan, è stata facilmente scaricata di nuovo sulla collettività in nome di un ideale di conservazione del posto di lavoro. Si è creata nel Paese una struttura, oggi marcescente, che di fronte a un’economia di mercato nella forma cela invece un sistema diffuso di reti di protezioni per alcune categorie, sempre a carico della collettività (tasse) o dei consumatori (tariffe, prezzi concordati, ecc.).

Non è un caso che questi mondi, sulla carta fieramente contrapposti, in realtà rivelino sintonie non equiparabili ogni volta che si cerca di porre mano al sistema delle regole del mondo del lavoro. Se non risultasse sinistra, potremmo ben rispolverare la sintonia degli opposti estremismi, quella sintonia del profondo conservatorismo di un Paese che non ha mai superato la fase della modernità, anche se si è formalmente modernizzato e industrializzato. Insomma, quella malattia che già Pietro Gobetti individuava come radice del fascismo nel 1922 nella struttura stessa della società italiana e che è oggi presente nei rigurgiti anti-storici e irrazionali che la attraversano nel momento in cui è obbligata a cambiare, una volta per sempre.

Il disprezzo del riformismo che ne deriva ha quindi radici profonde ed è stato il prezzo pagato da ogni iniziativa di rottura della stabilità dal dopoguerra a oggi. È in questa prospettiva che si deve interpretare la battaglia che si sta scatenando attorno alla mini riforma del lavoro e più in generale attorno a ogni prospettiva di innovazione radicale dell’assetto del Paese.

Il dramma, tuttavia, è che per l’ennesima volta questa battaglia viene combattuta da schieramenti che sono troppo intersecati tra loro per poterla condurre fino in fondo, anche questo sintomo di una società malata che mette in scena il conflitto come ritualità, ma nella sostanza pasteggia felicemente nei retroscena degli incontri a Cernobbio o in palazzi più prosaici a Roma o Milano. È questa impossibilità di cambiare, anche quando ci si presenta come “il cambiamento”, che ha affossato l’esperienza di Forza Italia (marginalizzando la sua componente liberale e gobettiana) e che sta distruggendo la visione renziana, che si traduce nel balletto delle concessioni che tra Camera e Senato hanno snaturato il potenziale del decreto legge sul lavoro sotto il tiro dei tanti cecchini giapponesi nelle aule e dei mandarini ricordati da Maurizio Ferrera su Il Corriere delle Sera negli uffici delle due camere.

Ne emerge una legge poca incisiva e molto lontana dal poter evocare quella trasformazione radicale sbandierata dal Presidente Renzi e osteggiata dai suoi oppositori che si sono sollevati ancora una volta più per ritualità appassita che per ragioni specifiche.

Anticipo i due soli aspetti positivi: la rimozione della necessità di una motivazione per l’utilizzo del contratto a termine (che toglie anche l’inaccettabile discrezionalità ai giudici del lavoro che spesso hanno una competenza organizzativa pari a quella che posseggo io nel giardinaggio…) e l’introduzione, timida, della logica del risarcimento invece che dell’assunzione, proponendo un modello meno rischioso alle imprese. Dopo di che non rimane che una lista di amare delusioni per chi voglia un cambiamento per questo povero Paese.