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JOBS ACT/ Il decreto che "smonta" le innovazioni di Renzi

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In primo luogo, il totem paralizzante del nostro Paese, ovvero la definizione della cosiddetta “forma comune” del rapporto di lavoro, che rimane il rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato e che continua quell’operazione di discriminazione dei lavoratori tra una forma iper-garantita e una pluralità di forme sulle quali si scarica la ricerca di flessibilità numerica. È una roccaforte sindacale e di una sinistra demodé che resiste a ogni considerazione economica, sociale e politica e al cui culto si sta sacrificando qualsiasi operazione di redistribuzione degli oneri della crisi, bruciando sull’altare di un’equità ideologica (irrealizzabile e, sia detto, anche un po’ offensiva per chi ne paga il prezzo) la possibilità di un’equità reale e sostanziale (purtroppo destinata a essere al ribasso, almeno in una fase iniziale). A chi la ricorda, non siamo lontani dall’operazione manipolativa della difesa della scala mobile degli anni ‘80, ma questa volta la parte più retriva del sindacato può contare sull’appoggio di vasti strati dell’apparato politico di governo.

Un secondo aspetto di conservazione è l’operazione politica che ha riportato dentro decreto la sostanziale obbligatorietà dell’offerta formativa pubblica per l’apprendistato, anche integrata da un’evocativa aggiunta all’articolo 2 di una formulazione che prevede che le Regioni possano avvalersi “anche dei datori di lavoro e delle loro associazioni che si siano dichiarate disponibili”. Nella prima versione era presente una formulazione che lasciava alle imprese la scelta, ma il passaggio alla Camera e la successiva approvazione al Senato hanno garantito alle Regioni la gestione di una partita di natura politica ed economica di cui sarebbero state private. Ma dovendo essere più realisti del re, non ci si è limitati a questo, creando le basi per poter gestire questa partita con possibili trasferimenti di risorse verso gli erogatori di formazione del mondo della rappresentanza datoriali. Quelli stessi erogatori che, va ricordato, stanno facendo man bassa delle risorse per la formazione finanziata con il sereno assenso delle parti sindacali.

Un terzo aspetto dell’assoluta normalizzazione è la retromarcia sulla possibilità di attivazione di contratti di apprendistato anche senza stabilizzazione che, in un classico tiro alla fune che denota la qualità del processo legislativo delle nostre camere, è passata dall’assoluta discrezionalità a una soglia obbligatoria di assunzione del 50%, fino a un compromesso del 20%, ma dai 50 dipendenti in su, invece che 30 (immaginiamo quale fine discettare abbia prodotto queste scelte e quale intensa analisi dei dati…).

Un quarto aspetto riguarda le sanzioni per la violazione dei limiti posti alla percentuale di rapporti di lavoro a tempo determinato. Anche qui il percorso parlamentare ha dato evidenza del potere di interdizione di logiche ormai antiche. Il balletto non si è fatto mancare anche una tappa in cui si imponeva la conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a chi violava i limiti previsti che assume sempre di più la valenza di sanzione nella visione distorta dei nostri legislatori. Per fortuna, come dicevo, l’ultima lettura ha innovato, proponendo una logica di risarcimento, unica luce nel buio di questo provvedimento (ma sarà destinata a durare veramente?).