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JOBS ACT/ Il decreto che "smonta" le innovazioni di Renzi

Il decreto lavoro presentato dal Governo, spiega LUCA SOLARI, grazie alle modifiche apportate in Parlamento perde la poca efficacia che poteva avere contro la disoccupazione

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La costruzione delle società umane richiede la capacità di affrontare sfide che si affacciano nel tempo e che mettono a rischio la stabilità dell’accordo costitutivo delle comunità. Alcune di queste sfide sono generate da dinamiche interne alle società stesse (e in quanto tali possono essere almeno teoricamente reversibili), altre o sono esterne e legate a fenomeni non controllabili, oppure sono così interdipendenti con lo sviluppo della società da risultare virtualmente irrisolvibili con il ritorno allo stato ex ante.

L’Italia del 2014 (e probabilmente l’Europa) sta vivendo due di queste sfide nella confusione delle reazioni politiche dei movimenti che risultano oggi rappresentativi del quadro politico. La prima sfida è legata alla risoluzione delle tante contraddizioni legate alla costruzione dell’Europa unita, che viene banalizzata dalla rozzezza quasi medievale della politica della Seconda repubblica come scelta tra euro sì o euro no. La seconda (che è quella di cui mi occupo in questo articolo) riguarda la transizione tra un mondo della produzione e dello scambio che ha avuto radici nell’incredibile corsa della produttività collegata allo sviluppo dei modelli di organizzazione del lavoro seguita alla diffusione del modello di razionalizzazione del lavoro del Management scientifico di Frederick Winslow Taylor, e un modello che nessuno riesce con chiarezza a descrivere (anche se alcuni elementi traspaiono nel lavoro di Castells sulla società in rete), ma le cui conseguenze sono l’accelerazione del ciclo di vita di prodotti e servizi che comporta la pressione verso il contenimento costante dei costi di produzione dei beni e una feroce competizione tra idee, prodotti e servizi nuovi.

Questa seconda sfida è quella che ha conseguenze reali e immediate sulle persone (a differenza di quella sull’Europa, che è solo una per me incomprensibile regressione culturale e politica a vantaggio di personaggi discutibili, politici, sedicenti economisti e codazzo imprecisato di “esperti” da Circo Barnum) e ha trovato il nostro Paese impreparato. Impreparato perché immerso nella palude di un sistema consociativo che ha fatto gli interessi dei rappresentanti, prima che dei rappresentati. Da un lato, infatti, questo sistema ha tutelato l’occupazione degli insider, quindi in molti casi gli iscritti del sindacato, scaricandone la protezione sulla collettività, con la complicità di un sindacato preoccupato di conservare un potere di rappresentanza politica più che di risoluzione del problema economico e organizzativo, almeno in alcune sue componenti.

È un sindacato che almeno nei suoi vertici ha brandito la questione industriale come un vessillo simbolico, ma ha abbandonato qualsiasi capacità di analisi e sintesi sui luoghi di produzione e sul cambiamento del lavoro. Nelle sue parole si sente l’eco di un’immagine sbiadita di cosa voglia dire lavorare, quasi da museo degli anni ‘70. Sembra quasi uno specchio di una società in cui si invecchia, ma ci si imbelletta e tratta con il botulino per sentirsi sempre giovani. Dall’altro lato, non si può sottacere come questo sistema abbia consentito troppo a lungo di mantenere una struttura delle imprese italiane e della loro governance di fatto irresponsabile.