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Lavoro

SPILLO/ Lavoro, il "fallimento" di Jobs Act e Garanzia giovani

Nonostante siano due strumenti certamente non inutili, spiega GIUSEPPE SABELLA, la Garanzia giovani e il decreto lavoro appena approvato non bastano per aiutare i ragazzi italiani

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Ancora una volta, per coprire l’incapacità o, meglio, la non volontà della politica di intervenire strutturalmente a livello di riforme, il legislatore ha ri-regolato il lavoro. Stando a sentire i più noti commentatori e le voci più autorevoli, il Jobs Act - pare - troppi danni non ne farà. Visti i disastri sorti dopo la riforma Fornero, è già qualcosa. Certo è che il problema non è quello di evitare i danni, il problema è semmai di individuare misure e interventi che possano rilanciare l’economia e, quindi, l’occupazione. Tuttavia, è difficile - se non impossibile - che ciò avvenga intervenendo sulla regolazione del lavoro, ma oramai l’hanno capito (quasi) tutti; persino i giuslavoristi, che da circa 20 anni - dal pacchetto Treu in poi (1997) - da protagonisti assoluti della scena si erano quasi convinti di essere gli scienziati sociali del futuro. Erano in molti a credere che, rendendo le regole del lavoro più moderne e più simili ai mercati europei, la nostra economia sarebbe decollata.

Ecco allora che, oltre alle resistenze incontrate dagli ambienti sindacali più ideologici e meno inclini al riformismo, gli stessi protagonisti della regolazione hanno iniziato a smentirsi l’un l’altro, in modo tale che a ogni governo non poteva mancare la necessaria riforma del lavoro perché, naturalmente, quella precedente non andava bene. Cosa che ha sempre più complicato la nostra legislazione del lavoro e cosa che ha disorientato non di poco gli stessi attori, in particolare le aziende. Ma tutto ciò ha avuto una funzione importante, ha ovvero nascosto la mancanza di volontà dei partiti di intervenire in modo strutturale sull’economia, l’unico modo che ci permetterebbe di avere delle condizioni migliori in Europa in merito al nostro rapporto deficit/Pil. I partiti hanno paura di rischiare intervenendo strutturalmente, hanno paura (soprattutto il Pd) che possano pagare un alto prezzo in termini di consenso.

Andrebbero aggiunte altre due cose. In primis, hanno ragione i sindacati a reclamare la loro autonomia; sono loro i veri attori della regolazione; dopo tutto, ogni anno, sono decine e decine i Ccnl che vengono ancora rinnovati e la contrattazione aziendale è ormai cosa quotidiana. Non si capisce quindi questa esigenza di continuare a intervenire da parte dei governi. In secundis, ancora una volta, il legislatore si ritrova a spingere forme alternative a quella ordinaria: il contratto a tempo indeterminato resta ancora così com’è, ma è sempre più inutilizzato.

Il monitoraggio della legge Fornero ci dice che nelle oltre 10 milioni di assunzioni del 2012, solo il 17% è a tempo indeterminato, quindi solo 1 su 7. Questo perché il contratto a tempo indeterminato non è mai cambiato, non ha accolto flessibilità. Si continuano a creare alternative e di per sé non si lavora per introdurre vera stabilità nella regolazione del lavoro, che naturalmente non può prescindere dalla flessibilità di cui le aziende oggi hanno molto bisogno. Il 66,4% dei contratti oggi sono a tempo determinato, e ora con l’acausalità crescente saranno sempre di più e sempre meno a tempo indeterminato. In soldoni, flessibilizzando quello che dovrebbe essere lo strumento rigido (il contratto a tempo determinato) non crescono certamente le tutele nel lavoro.

Che tipo di soluzione potrebbe essere interessante? Certamente serve un nuovo contratto a tempo indeterminato, che introduca flessibilità in uscita (senza art. 18), ma offra al lavoratore la possibilità di ricollocarsi attraverso interventi di politica attiva obbligatori, pagati dall’azienda e dalle regioni e sostenuti dalla rete degli operatori pubblici e privati: questa è la vera flexicurity che funziona in Europa ma non in Italia.