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SPILLO/ Giovani e imprese, una "cura" inglese per l'apprendistato italiano

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Il Bis ha tuttavia rilevato come l’apprendistato sia sempre meno diffuso tra i giovani (solo il 25% del totale di apprendisti nel 2012/13) e strutturato soprattutto su percorsi “Intermediate” che permettono l’acquisizione di competenze base. Ma il dato più preoccupante è che solo il 10% dei datori di lavoro ha contribuito con proprie risorse umane alla formazione degli apprendisti. E, sulla stessa scia, solo l’11% dei datori di lavoro ha apportato un contributo finanziario diretto all’apprendistato finanziando i provider della formazione. Pertanto, nonostante gli sforzi fatti e la sua lunga storia, il sistema di apprendistato nel Regno Unito sembra non adeguato per raggiungere gli ambiziosi obiettivi dal governo: secondo il Centre for Economic Performance britannico, a causare questa poca diffusione dell’apprendistato è stato l’eccessivo appesantimento dei passaggi burocratici e le troppe sovrapposizioni che stanno alla base dei finanziamenti pubblici.

Per rispondere a queste anomalie, nel giugno 2012, il Department of Business, Innovation and Skills e il Department for Education hanno incaricato Doug Richard (un imprenditore specializzato nel trasferimento tecnologico) di tracciare le linee guida per una riforma dell’apprendistato e, più in particolare, per un nuovo modello di finanziamento pubblico. Ne è nata nel marzo 2013 la cosiddetta “Richard Review”, che fa perno essenzialmente su due aspetti: maggiore autonomia e maggiore responsabilità sia per il datore di lavoro che per l’apprendista.

Al centro dei principi proposti da Doug Richard si mette in rilievo la necessità che la gestione dell’apprendistato sia posta più saldamente nelle mani dei datori di lavoro e che tutti gli apprendistati debbano rigorosamente rispondere ai fabbisogni produttivi delle imprese. L’obiettivo di Richard è infatti costruire un modello che crei valore ed effettiva crescita per le imprese e per i giovani. E non a caso è un modello che nasce dalla vision di un imprenditore. I quattro principi fondamentali della Richard Review sono:

1) Il datore di lavoro è il “customer” (cliente) dell’apprendistato: si tratta di un concetto che pone l’accento sulla capacità e necessità degli imprenditori di comunicare e manifestare le proprie esigenze produttive, diventando i “controllori” dei finanziamenti pubblici per l’apprendistato;

2) Il datore di lavoro è il “co-invester” dell’apprendistato: egli deve permettere all’apprendista di raggiungere elevati standard di competenze e quindi occuparsi della sua gestione e della sua retribuzione. Il contributo finanziario pubblico sarà diretto al datore di lavoro per incentivarlo a fornire all’apprendista una formazione di alta qualità;

3) Non c’è uno specifico “costo di formazione” fissato dal governo: il costo della formazione è dunque liberato dal “controllo” del governo. Esso non è stabilito “dall’alto” per via pubblica, ma è determinato dal lavoratore e dal datore tramite una negoziazione. Questa scelta è dichiaratamente orientata verso una priorità: la miglior formazione possibile per l’apprendista. Il governo, a sua volta, dovrà trovare una proporzione sul costo formativo, stabilendo un massimo per ciascun apprendista, che dipende dai singoli settori produttivi;

4) Finanziamento pubblico “on result”: il contributo del governo è legato al raggiungimento della formazione prevista dall’apprendistato, che sarà valutata da un apposito organismo autorizzato.

Dopo una consultazione generale chiusa a ottobre, nel dicembre 2013 il Cancelliere inglese George Osborne ha annunciato, presentando l’Autumn Statement, che il nuovo modello di finanziamento dell’apprendistato userà il sistema dell’Her Majesty’s Revenue and Customs (Hmrc) per permettere di finanziare direttamente i datori di lavoro. Ne è seguita un’ulteriore consultazione generale che si è chiusa lo scorso 1° maggio e i cui dati sono già al vaglio degli analisti del governo per arrivare più rapidamente alla soluzione legislativa ottimale.