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RIFORMA PA/ Il "cacciavite" di Renzi che mette da parte la meritocrazia

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La proposta riforma Renzi affronta e ha la possibilità, se non di risolvere, almeno di migliorare la situazione su tali tre fronti? Sicuramente i temi giusti sembrano messi al centro, ma con alcune aree di rischio.

Vediamo i lati positivi. C'è sicuramente nelle intenzioni uno sforzo per la riduzione del peso dell’amministrazione sulla società. Vi è, ad esempio, tutto un capitolo “semplificazioni” e “accorpamenti”, alcune tutte interne all’amministrazione (“riordino della disciplina del lavoro all'interno delle pubbliche amministrazioni”, “riordino della disciplina delle partecipazioni pubbliche”, “conferenza di servizi”, “accorpamento scuole di formazione”), altre con impatti più diretti sulla società (“controlli amministrativi”, “camere di commercio”, “semplificazione amministrativa e moduli standard”).

Come già accaduto in passato, il rischio qui è che si sta tentando di migliorare il modo in cui l'amministrazione opera, quando invece spesso il problema è che alcune cose non dovrebbero essere eseguite meglio, ma semplicemente non eseguite o eseguite da qualcun altro (vedi, ad esempio, alcune attività svolte dalle partecipate pubbliche, oppure l'iscrizione alle camere di commercio per le imprese, che semplicemente dovrebbe essere resa volontaria, invece che obbligatoria, fatto salva la comunicazione di dati eventualmente necessari a chi di dovere).

Sul fronte della discriminazione tra pubblico e privato vi sono segnali contrastanti. Da un lato si abbattono i “dogmi” della non licenziabilità e inamovibilità dei dipendenti pubblici. Questo è un bene. Dall'altro si introducono nuove discriminazioni (“misure in materia di part-time e trattamento di quiescenza” e “promozione della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro nelle amministrazioni pubbliche”) che continuano ad allontanare i due mondi. Discutibile è anche l’utilizzo di forme di concorso pubblico (per esempio, in sanità), ancora di più centralizzate e a cadenza annuale, che cercano di imporre ritmi, riti e cadenze ormai superate nel mondo privato.

Per quanto riguarda l'attribuzione delle responsabilità e della leadership all'interno della Pubblica amministrazione in base al merito individuale (talento+impegno) vi sono mosse interessanti, probabilmente astruse ai più, alcune ancora peraltro da confermare al momento della scrittura di questo articolo (quasi a riprova che si tratta di elementi sensibili). Si tratta del “silenzio assenso negli atti di competenza di diverse amministrazioni statali”, della “incompatibilità dei magistrati” e del “ruolo unico” per i dirigenti della amministrazione.

La prima (“silenzio assenso”) fissa tempi stringenti per le modalità con cui le diverse amministrazioni dialogano tra di loro e centralizza sul Presidente del Consiglio la risoluzione delle controversie. Si creano in questo modo i presupposti per la creazione di una vera “delivery unit” (unità di implementazione), una proposta già avanzata nel libro “Meritocrazia” del 2008.

La seconda (“incompatibilità dei magistrati”) riuscirà (forse) a eliminare un retaggio addirittura monarchico nella nostra amministrazione, secondo il quale i capi delle strutture ministeriali (capi di gabinetto) provengono dai ranghi della magistratura amministrativa (Tar e Consiglio di stato) che giudica sulla legittimità delle loro azioni, con rischio (anzi purtroppo certezza) di assoluta auto-referenzialità di tale gruppo: una deriva “consortile” invece che meritocratica delle decisioni.

La terza (“ruolo unico”) - una proposta già inserita nel libro “Meritocrazia” del 2008 - sarà utile se propedeutica alla creazione per i dirigenti della Pubblica amministrazione di un vero e proprio piano di carriera meritocratico secondo le migliori pratiche professionali internazionali nei settori pubblico e privato (tra cui la mobilità geografica e tra i ruoli).