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Lavoro

RIFORMA PA/ Il "cacciavite" di Renzi che mette da parte la meritocrazia

Il governo di Matteo Renzi ha avviato una riforma della Pubblica amministrazione. CLAUDIO CEPER, MATTIA ADANI e NICOLO' BOGGIAN si chiedono se questa porterà più meritocrazia nello Stato

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Il governo Renzi ha avviato una riforma della Pubblica amministrazione. Questo è un bene. Con ragione quasi tutti gli ultimi governi si sono cimentati in questa impresa. La Pubblica amministrazione italiana deve essere riformata e deve diventare più meritocratica. Non facciamoci illusioni. Sono le società meritocratiche che generano pubbliche amministrazioni meritocratiche e non viceversa. E su questo nella nostra comunità c'è molto da fare, sia nella sfera pubblica che in quella privata, come purtroppo ci ricorda troppo spesso la cronaca.

La battaglia è comunque una di quelle che vale la pena combattere e chi ha l'onore e l'onere di gestire la repubblica (e cioè i nostri beni comuni, come la definivano in modo molto pratico gli antichi romani) deve farlo con merito e per il merito. È una questione di leadership e di esempio. Per dare un voto “meritocratico” alla riforma Renzi dobbiamo in primis definire cosa intendiamo per “meritocrazia”.

Per meritocrazia intendiamo una comunità che si regge su e in cui sono forti, insieme ad altri, i seguenti pilastri: (1) libertà di poter esprimere e vedere riconosciuti i propri talenti, (2) eguaglianza delle opportunità, e (3) utilizzo del merito individuale, definito come l'insieme di talento e impegno, come criterio fondamentale per l'attribuzione di premi, riconoscimenti e responsabilità.

Quando diciamo che si deve usare il merito come criterio per l'attribuzione di premi e responsabilità ovviamente intendiamo anche che si devono ripudiare radicalmente discriminazioni, corruzioni, opacità, non rispetto delle regole, risme, familismi e consorterie di vario tipo i quali, oltre a essere cose cattive per tanti altri validi motivi, hanno anche il problema di distorcere in senso anti-meritocratico i meccanismi decisionali e quindi di distruggere alla base le fondamenta di una possibile e auspicabile società meritocratica.

La Pubblica amministrazione italiana oggi è anti-meritocratica (invece che pro-meritocratica come dovrebbe e potrebbe essere) per tre motivi:

1) È troppo pesante, sia in termini di costi (tasse) che in termini di irrigidimenti imposti alla società (lacci, obblighi, procedure e banalmente tempi persi in astruse pratiche burocratiche e visite agli uffici) e pertanto agisce più da elemento di soffocamento che di supporto alla libertà dei singoli di poter esprimere i propri talenti;

2) Spesso non attribuisce riconoscimenti e responsabilità in base al merito. Anzi a volte sembra proprio fare il contrario (nomine per appartenenza a consorterie spesso opache; nessuna sanzione per la mancanza di impegno - vedi vecchio tema dei “fannulloni”; appalti assegnati a imprese che ripetutamente non rispettano tempi di consegna e costi promessi; ripianamento del deficit ad enti inefficienti e non incentivi a enti migliori);

3) È discriminatoria. Ha creato per se stessa e per i propri dipendenti un sistema di regole diverse da quelle che si applicano agli altri cittadini (dall'inamovibilità dei dipendenti, agli stipendi fuori mercato dei dipendenti della Camera dei deputati e del Senato ai meccanismi di licenziamento e cassa integrazione da cui è protetta e che invece gli altri cittadini devono rischiare o subire). Oltre a un tema di “giustizia sociale” o di “level playing field” come direbbero all'Economist, questo è tanto più grave in quanto costruisce nei fatti due mondi diversi - “il pubblico” e “il privato” - che impedisce quell'osmosi di competenze e comunicazione che invece sarebbe tanto necessaria per arricchire entrambi i mondi.