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RIFORMA PA/ Il "compromesso" che vale più del decreto legge

Marianna Madia (Infophoto) Marianna Madia (Infophoto)

Il comma n. 2.2 del citato art. 4, con una forma ridondante ma significativa, afferma che “sono nulli gli accordi, gli atti o le clausole dei contratti collettivi in contrasto con le disposizioni di cui ai commi 1 e 2.” In altre parole, il legislatore tenta di elidere il confronto sindacale in punto di mobilità, cosa che al contrario, a parere di chi scrive, sarà imprescindibile per la concreta attuazione della riforma.

L’art. 5 poi prevede che il personale in disponibilità possa domandare all’amministrazione di appartenenza di essere ricollocato, in deroga all'articolo 2103 del codice civile, “nell'ambito dei posti, vacanti in organico, anche in una qualifica inferiore o in posizione economica inferiore della stessa o di inferiore area o categoria”. Il fine dichiarato della norma è dunque quello di favorire la ricollocazione del personale in disponibilità.

Quest’ultima previsione finalizzata alla massimizzazione dell’occupazione potrebbe creare qualche perplessità sulla deroga al principio di equivalenza delle mansioni, ma si deve tenere presente che un principio analogo, di matrice giurisprudenziale, vige nel settore privato in tema di repechage nell’ambito del licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Da ultimo, la riforma prevede un taglio drastico ai compensi degli avvocati dello Stato, con una riduzione dal 75% al 10% delle spese liquidate in caso di vittoria. Nessun compenso professionale sarà dovuto invece in caso di compensazione delle spese o di soccombenza.

In definitiva, si può affermare che la riforma miri al contenimento dei costi e all’incremento dell’occupazione, ma tale programma sarà concretamente attuabile solo all’esito di un confronto tra Pubblica amministrazione e sindacati. Le parti sociali, quindi, dovranno guardare oltre l’interesse particolare con atteggiamento maturo per addivenire a un componimento dei loro contrapposti, almeno formalmente, interessi.

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