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Lavoro

FIAT/ Marchionne, Renzi, sindacati: la partita a tre per le auto in Italia

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Il caso Fiat è sempre più caldo, resta tra l’altro aperto il problema del rinnovo contrattuale, cosa che non fa capire fino in fondo le reali intenzioni del gruppo per quanto riguarda la produzione in Italia. Certamente Marchionne in questi anni ha spesso mischiato le carte, ma in Italia rappresenta l’unica azienda che ha investito, anche se meno di quanto era nei piani. Ma soprattutto, in che contesto si trova ad agire? Chi ha di fronte?

Da una parte, un sindacato conflittuale che ha alzato le barricate, in nome della violazione dei diritti universali del lavoro, perché la Fiat ha chiesto, e ottenuto, un contratto aziendale, che ha spostato in modo importante il baricentro della contrattazione, cosa che non piaceva alla Fiom di Landini (lo stesso Segretario della Fiom ha riconosciuto queste cose nel suo libro “Forza Lavoro” dello scorso anno); dall’altra, uno Stato da sempre incapace di fare politiche industriali a sostegno della crescita dell’industria e dell’economia, tanto che l’Italia è un Paese sulla via della desertificazione industriale.

Marchionne è naturalmente indifendibile sul piano delle promesse non mantenute, ma... perché in Italia l’impresa è sempre “vessata” (anche fiscalmente) e ai reali apparati obsoleti è concesso di perpetuare la loro obsolescenza? Al manager di Fiat-Chrysler si può rimproverare di tutto, ma certamente il caso Fiat rimane un esempio di cosa un’azienda italiana debba fare se non vuole essere inghiottita dalla crisi economica, che per molte imprese è tale in virtù della loro incapacità a competere nel mercato di oggi, che non è più quello di casa ma è quello globale.

 

In collaborazione con www.think-in.it

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