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DISOCCUPAZIONE/ Il "disguido" dei governi che la fa aumentare

Per LUIGI CAMPIGLIO, i recenti governi hanno ritenuto che si potesse favorire l’occupazione diminuendo il costo del lavoro per le imprese. Si tratta però solo di un rimedio temporaneo

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Nel mese di maggio la disoccupazione è cresciuta del 4,1% rispetto all’anno precedente, con un incremento pari a 127mila unità, e dello 0,8% rispetto ad aprile (+26mila unità). È quanto risulta dai dati Istat sulla disoccupazione, secondo cui in termini assoluti il numero di disoccupati è arrivato a quota 3 milioni e 222mila persone. In tutto 22 milioni e 360mila gli occupati in Italia, con una diminuzione dello 0,3% rispetto al maggio 2013 (-61mila unità) e un aumento dello 0,2% rispetto allo scorso aprile (+52mila unità). Dati che arrivano due mesi dopo l’avvio del programma Garanzia Giovani e che si accompagnano ad altri numeri preoccupanti: gli incentivi alle assunzioni stanziati dal Governo Letta hanno finora prodotto 22.000 posti di lavoro a tempo indeterminato. Ne abbiamo parlato con Luigi Campiglio, professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano.

Professore, che cosa ne pensa dei dati Istat sulla disoccupazione?

Sono dati che devono suscitare grande attenzione e preoccupazione. L’aumento del tasso di disoccupazione si accompagna a una tendenziale diminuzione dei tassi di occupazione. La lotta alla disoccupazione dovrebbe essere l’obiettivo prioritario di questo Paese, mentre purtroppo non lo è.

Qual è il vero motivo per cui gli incentivi alle assunzioni di Letta/Giovannini non stanno funzionando?

Siamo nel sesto anno di caduta produttiva, con almeno tre-quattro anni di riduzione sostanziale dell’attività produttiva e dei redditi. Le imprese che resistono sono quelle che trovano uno sbocco sull’estero. Le esportazioni rappresentano il 25% del Pil e tutto il resto è fatto dalla domanda interna. Se la domanda interna cade, è inevitabile che si trascini dietro l’economia dell’intero Paese.

Vuol dire che diminuire il costo del lavoro non può funzionare?

Molti, troppi governi hanno ritenuto che si potesse favorire l’occupazione diminuendo il costo del lavoro per le imprese. Si tratta però solo di un rimedio temporaneo, perché un’impresa certamente è interessata al costo del lavoro, ma prima ancora è interessata al fatto di poter avere un portafoglio di ordini sufficiente per fare andare avanti l’attività produttiva. Se si assume un giovane ma poi non gli si può affidare nessun compito perché l’attività produttiva è molto rallentata o addirittura ferma non serve a nulla, e quindi questi provvedimenti purtroppo in situazioni così gravi sono destinati a essere inefficaci.

Come valuta nel frattempo la discussione sul contratto a tutele crescenti inserito nel Jobs Act?