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SPILLO/ Regioni e scuole, i "vizi" italiani che tolgono lavoro ai giovani

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Molti di loro hanno indicato la disponibilità a spostarsi in regioni dove l’economia ha retto meglio a questi anni di crisi. Chi si farà carico di questa disponibilità visto che i Cpi hanno già difficoltà a creare incontri fra domanda e offerta di lavoro nel loro territorio di competenza? Servirà altro tempo per sviluppare progetti di mobilità territoriale nazionale visto che non vi è lavoro in rete fra i diversi territori e i programmi sono diversi fra regione e regione? I giovani che stanno sostenendo in questi giorni gli esami finali per il diploma, se non proseguiranno negli studi, avranno entro dicembre una proposta di lavoro e sanno a chi devono rivolgersi per chiedere?

Se la risposta è negativa, o anche solo se le risposte sono 21 e non una, abbiamo sprecato un’occasione per fare un salto di qualità ai servizi al lavoro del nostro Paese. Continueremo ad avere una spesa eccessiva nelle politiche passive di sostegno al lavoro e non saremo stati in grado di avviare un grande programma di politica attiva rivolta alla fascia di disoccupazione che dovrebbe avere la maggiore attenzione dalle istituzioni.

Nei 21 programmi regionali vi saranno certamente iniziative lodevoli e avanzate. Conosco bene i dati lombardi, so già che con gli strumenti esistenti circa il 60% dei giovani inseriti in un programma di politica attiva trovano una collocazione. Ma l’obiettivo di Garanzia Giovani era di dare un’opportunità a tutti, in tutto il Paese con un progetto comune, e ciò oggi non è rilevabile.

Da ormai anziano migliorista so che chiedere l’impossibile non aiuta a fare progressi. Il lavoro non si può inventare, è necessaria una ripresa economica più generale. Le politiche di sostegno possono solo migliorare l’incontro fra domanda e offerta esistenti e se la domanda delle imprese è limitata avremo un saldo finale negativo. Ma proviamo ad affrontare il problema in un modo diverso. Seppur tante, le risorse europee sono solo una parte di quanto servirebbe per un programma a carattere universale. Serve un investimento aggiuntivo nazionale e non possiamo permetterci che vada sprecato o addirittura porti ad aumenti permanenti di spesa pubblica. Perché allora non definire nazionalmente che, pur nel rispetto delle autonomie regionali, nell’organizzare i servizi, i fondi vengono erogati a risultato, cioè assegnati realmente a giovani che trovano un inserimento lavorativo?

Anche solo questo mutamento organizzativo metterebbe al centro il bisogno di lavoro, la persona sarebbe libera di rivolgersi a sportelli pubblici o privati, servizi al lavoro o sportello scolastico, scegliendo sulla base di chi gli da più fiducia. Solo se in grado di assicurare il risultato l’agenzia coinvolta riceverebbe il compenso per i servizi erogati. Il fare rete fra gli operatori sarebbe indotto dall’aumento di efficacia che otterrebbero, i confini istituzionali sarebbero fittizi perché prevarrebbe la ricerca di opportunità. Ma soprattutto i giovani saprebbero che hanno un diritto, dove possono esercitarlo e dove chiedere conto del perché non hanno eventualmente ottenuto risposta.

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COMMENTI
04/07/2014 - La formazione non è il problema (Moeller Martin)

Si può sempre fare di meglio e quindi un buon programma di formazione è auspicabile. Ma la disoccupazione giovanile non è dovuta ai giovani ed alla loro formazione ma all'impostazione da socialismo reale del nostro mercato del lavoro che scoraggia in tutti i modi le assunzioni. Solo rimuovendo questo scoglio si può rilanciare l'occupazione. Continuare a girarci attorno con riforme come la legge Fornero, il Job Act o questa della formazione, non serve assolutamente a nulla.