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FIAT/ Il "buco nero" di Renzi che fa comodo a Marchionne

Mentre si scopre che Fiat non pagherà l’exit tax, va notato, spiega GIUSEPPE SABELLA, un certo e continuo silenzio di Renzi sulla casa automobilistica italiana da quando è al Goveno

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Si è appreso qualche giorno fa che, nella Relazione illustrativa (paragrafo 7) del cda di Fiat sul progetto di fusione transfrontaliera in Fiat Investment NV, “per quanto riguarda le attività di Fiat che non resteranno connesse alla stabile organizzazione italiana di Fiat, la fusione implica la realizzazione di plusvalenze o minusvalenze (comportando una Italian Exit Tax)”. Di questa Italian Exit Tax (resa “più europea” nell’agosto 2013), di cui - come avevamo riportato in occasione della comunicazione di trasferimento all’estero del Lingotto - il Presidente della Commissione Industria del Senato, Massimo Mucchetti, aveva minacciato di “ripensarne l’aliquota” in modo da trasformarla in una Fiat Tax, non si è più sentito parlare. La Exit Tax c’è sempre, ma l’aliquota è rimasta quella.

Per capire quanto, tuttavia, di Fiat si parli giusto perché qualcosa bisogna pur dire - e ci riferiamo anche a chi dovrebbe affrontare il caso in modo serio visto che un’intera industria in Italia sta scomparendo - è interessante conoscere i recenti sviluppi della vicenda. Nella medesima Relazione illustrativa, si legge infatti che il Fisco italiano non incasserà un’euro, in quanto “Fiat si attende che tali plusvalenze siano largamente compensate dalla presenza di perdite fiscali all’interno del gruppo”. Si consideri infatti, come ben riportato sempre su queste pagine, lo “scudo fiscale” di 4 miliardi di euro in Italia generato dalle perdite subite negli anni scorsi.

È davvero desolante assistere al processo di deindustrializzazione di questo Paese e vedere i nostri politici che non se ne curano, minacciano una tassazione crescente, parlano dei costi che una seria politica industriale comporterebbe quando in questo Paese non si è mai fatta; come del resto ha fatto Mucchetti a commento dell’annuncio di Fiat di lasciare l’Italia, non con il suo apparato produttivo almeno per il momento. Certo è che, tra un discorso e l’altro, Marchionne dice che investe, ma poi non investe e il contratto non si firma. Renzi intanto, invitato a Grugliasco all’Assemblea degli Industriali, valuta di non andare. C’era Chiamparino, che - giustamente - ha affermato l’impegno della sua Regione per far crescere l’impresa sul territorio.

E perché Renzi non è andato? Il suo Governo, come del resto la Regione, non deve contribuire alla crescita dell’impresa e dell’industria? Certo che sì naturalmente, ma i nostri Governi - e per il momento quello di Renzi non fa eccezione - sanno contribuire alla crescita dell’industria solo con la cassa integrazione (si consideri che nel 2011 i costi della cassa integrazione sono stati oltre i 24 miliardi di euro).