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GARANZIA GIOVANI/ I sei "buchi" che aiutano gli sprechi

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Molti operatori del mercato del lavoro avevano manifestato perplessità su un dispositivo di incentivazione all’assunzione di giovani dequalificati, sganciato da percorsi di riqualificazione adeguati. Inoltre, è riconosciuto da chiunque operi con imprese che le assunzioni non avvengono a causa dell’incentivo collegato al lavoratore. Infatti, nei provvedimenti precedenti era stato dimostrato che l’incentivo andava a favore delle assunzioni già previste. Visto il flop degli incentivi per le assunzioni dei giovani, la speranza di politiche a favore della occupazione giovanile resta agganciata alla Garanzia Giovani.

Nel nostro paese l’iniziativa è partita il primo maggio e la programmazione del Ministero, in accordo con le Regioni, prevedeva che entro i due mesi dall’iscrizione dei giovani al portale nazionale ciascuno sarebbe stato indirizzato a uno Youth Corner con il quale avrebbe stipulato un patto di servizio che conteneva una serie di servizi tali da avvicinare, nell’arco di quattro mesi, il giovane al mercato del lavoro in relazione al suo stato. I risultati ammessi sono diversi e tutti indirizzati al lavoro: un tirocinio, un corso di formazione, un servizio civile, un’occasione di lavoro.

Quindi i primi giovani iscritti la prima settimana di maggio entro il 30 giugno avrebbero dovuto ricevere l’avviso di convocazione presso un Youth Corner, stipulare il patto di attivazione e servizio, ed entro quattro mesi dovrebbero ottenere un’opportunità di lavoro, studio, tirocinio, servizio civile. Al 30 giugno risultano 100.000 i giovani iscritti e 3.000 le occasioni di lavoro proposte dalle imprese, inoltre sono state avviate dal Ministero convenzioni con associazioni di categoria. Il punto è che i servizi verranno erogati dalle regioni. Il programma è partito in poche regioni, in alcune è in fase di partenza, in altre non si vede l’avvio. E qui vengono a galla una serie di problematiche.

Primo problema: l’accreditamento ai servizi al lavoro solamente in alcune regioni. Le regioni che hanno avviato il sistema di accreditamento ai servizi per il lavoro sono: Toscana, Lombardia, Veneto, Marche, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Sardegna, Lazio, Campania e Abruzzo. La ragione del sistema di accreditamento risponde alla necessità di un quadro normativo che permetta il rimborso dei servizi con risorse pubbliche e vi è da dire che l’accreditamento al lavoro non coincide ancora con la presenza di servizi. Le altre regioni non sono pervenute.

Secondo problema: sempre sull’accreditamento. Nonostante l’attivazione dei sistemi di accreditamento emergono differenze tra le regioni al punto che un’Agenzia per il lavoro potrebbe essere autorizzata in una regione e in un’altra no (un caso di studio è rappresentato dall’applicazione della normativa per l’accesso dei disabili).

Terzo problema: gli utenti. Molte regioni non hanno messo in conto l’effettivo bacino di utenti del piano, considerando, di fatto, soltanto i residenti nella regione, mentre è prevista la mobilità.

Quarto problema: i fondi. Il miliardo e mezzo di euro di finanziamenti Ue per Garanzia Giovani sono così ripartiti: 567 milioni da fondi comunitari diretti, 567 cofinanziati dalle Regioni e 378 dallo Stato italiano. Le Regioni sono costrette ad anticipare le risorse per Garanzia Giovani in attesa che arrivino quelle di provenienza statale e quelle europee.

Quinto problema: la convenzione con Inps per rimborsare tirocini e incentivi sono ancora da definire.

Sesto problema: il finanziamento dei servizi per il lavoro. Solo in poche regioni dopo il colloquio e l’adesione al programma personalizzato gli interventi sono stati finanziati (Lombardia, Veneto, Piemonte).