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SPILLO/ L'articolo 18 è già superato (ma nessuno se n'è accorto)

L’articolo 18, di cui si parla negli ultimi giorni, è già stato toccato, è superato nei fatti da tanti esempi di contrattazione aziendale e territoriale in atto, spiega MASSIMO FERLINI

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La conferma che i dati economici hanno dato di un Paese in fase recessiva non poteva che riaccendere il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro, visto che giustizia e Jobs Act sono i temi di riforma annunciati per la ripresa dei lavori parlamentari in autunno. Condivido l’opinione espressa da Giuliano Cazzola su queste pagine: alla nostra economia, e al prestigio europeo del Paese, avrebbe dato una scossa anticipare l’approvazione del Jobs Act rispetto alle riforme costituzionali. Ma ciò non è avvenuto perché i punti cardine della delega non hanno ancora acquisito quella chiarezza, con conseguenti divisioni fra maggioranza e opposizione, nemmeno nei partiti che sostengono il governo. Da qui la ripresa di dibattito su questioni di schieramenti come l’articolo 18 che non chiariscono come ci si vuole muovere complessivamente.

Il nostro mercato del lavoro è caratterizzato da molti dualismi. Alcuni sono caratteristici della nostra economia, come la forte differenza tra tasso di occupazione tra nord e sud del Paese. Tale differenza si ampia ancora di più per le fasce più deboli della forza lavoro come giovani e donne. Altre però sono specifiche e date da una legislazione del lavoro che richiede una revisione e una semplificazione complessiva. I due temi che ci tengono lontano dai sistemi regolativi del mercato del lavoro degli altri paesi europei si concentrano nel sistema dei servizi al lavoro (e relativi sostegni al reddito) e nella disciplina dei licenziamenti, che è ancora fortemente caratterizzata dal reintegro nel posto di lavoro rispetto a indennità economiche certe in caso di licenziamento ingiustificato se non discriminatorio.

Il risultato è che il mercato del lavoro italiano rispetto ad altri è caratterizzato da un forte dualismo fra chi è inserito e chi è escluso. Abbiniamo alla minor probabilità di essere espulso dal lavoro di chi un lavoro ce l’ha già la più bassa probabilità di riuscire a entrare nel mercato di chi ne è escluso. Risultato: il mercato del lavoro più immobile fra quelli delle principali economie europee e mondiali. Tale situazione è pagata dall’eccesso di giovani che non trovano lavoro, ma è anche alla base della decisione di grandi gruppi industriali di aprire nuovi stabilimenti in paesi diversi dal nostro.