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RIFORMA PENSIONI/ Flessibilità, la "formula Dini" che può aiutare Poletti

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L’Inps non può fare regali a nessuno, perché in questi anni ne ha fatti fin troppi. Queste misure non devono assolutamente gravare ulteriormente sull’ente previdenziale. È un principio che deve essere assolutamente mantenuto, perché negli anni passati abbiamo avuto molti esempi di misure che hanno aggravato inutilmente i conti pubblici, come i vari tesoretti spesi a vantaggio dei pensionati.

 

Perché è così importante questa sottolineatura?

L’Italia ha già un costo per pensioni superiore alla media europea, oltre il 15% del Pil, e la spesa pensionistica supera il 66% della spesa sociale. Anche la Germania, che ha anticipato l’entrata in pensione dai 67 ai 62-63 anni si sta accorgendo che il Welfare State dei Paesi occidentali non può essere pensato come lo abbiamo immaginato finora, ma occorre una flessibilità che ancora non abbiamo.

 

In che modo ritiene che vada realizzata questa flessibilità?

La riforma Dini del 1996 prevedeva la libertà di pensionamento tra i 57 e i 65 anni. In un sistema equo, cioè che non dà né premi né penalizzazioni, è un principio da salvaguardare. La forchetta va ovviamente spostata tra i 62/63 anni fino ai 70. Per chi volesse accettare questa libertà di pensionamento si dovrebbe adottare il principio contributivo, cioè il fatto che la pensione sia direttamente proporzionale a quanto si è versato e inversamente proporzionale all’età di pensionamento. È giusto quindi applicare le penalizzazioni di cui parla il ministro Poletti.

 

(Pietro Vernizzi)

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